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Il decreto concretezza

Il Consiglio dei Ministri, ha approvato, in esame preliminare, un disegno di legge che introduce interventi per la concretezza delle azioni delle pubbliche amministrazioni e la prevenzione dell'assenteismo.

Il ddl prevede l'istituzione del Nucleo della concretezza che, in collaborazione con l'Ispettorato della funzione pubblica, svolgerà sopralluoghi e visite presso le singole amministrazioni, proponendo misure correttive eventuali con l'indicazione dei tempi di realizzazione. L'inottemperanza alla realizzazione dei correttivi comporterà l'applicazione di sanzioni per i dirigenti di queste amministrazioni e la pubblicazione di elenchi nei quali verranno inserite le amministrazioni che non si adegueranno dopo i termini su indicati.

E' previsto un 'Piano triennale delle azioni concrete per l'efficienza delle pubbliche amministrazioni' che conterrà azioni dirette a garantire la corretta applicazione delle disposizioni sul funzionamento e organizzazione delle P.A. e quelle dirette a implementare l'efficienza, con indicazione dei tempi per la realizzazione.

Il ddl prevede misure "per contrastare l'assenteismo dei dipendenti pubblici" attraverso "l'utilizzo generalizzato di sistemi di identificazione biometrica e di videosorveglianza per rilevare presenze e il rispetto dell'orario di lavoro".

Il testo "detta misure per garantire assunzioni mirate e accelerare il ricambio generazionale. In particolare, per le P.A. prevede la possibilità di assumere personale a tempo indeterminato in misura pari al 100 % del personale cessato dal servizio nell'anno precedente; l'obbligo di reclutare, in via prioritaria, figure professionali con elevate competenze in materia di digitalizzazione, di razionalizzazione e semplificazione dei processi amministrativi, di qualità dei servizi pubblici, di gestione dei fondi strutturali e della capacità di investimento, di contrattualistica pubblica, di controllo di gestione e attività ispettiva; la possibilità di procedere, nel triennio 2019 - 2021, all'effettuazione di assunzioni, mediante scorrimento delle graduatorie ovvero tramite apposite procedure concorsuali indette in deroga alla normativa vigente in materia di mobilità del personale e senza la necessità della preventiva autorizzazione, da svolgersi secondo procedure semplificate e più celeri".


Ricorsi giurisdizionali avverso i provvedimenti di sospensione e revoca della patente per carenza dei requisiti psico-fisici

La circolare del M.I.T. protocollo 20851 del 05-09-2018 indica le linee di difesa nei ricorsi giurisdizionali avverso i provvedimenti di sospensione e revoca della patente per carenza dei requisiti psico-fisici.

Il Decreto Legislativo in attuazione della direttiva UE sul controllo dell'acquisizione e della detenzione di armi

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 209 del 8 settembre 2018 il Decreto Legislativo 10 agosto 2018, n. 104, recante l'attuazione della direttiva (UE) 2017/853 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 maggio 2017, che modifica la direttiva 91/477/CEE del Consiglio, relativa al controllo dell'acquisizione e della detenzione di armi.

Cosa cambierà dal 14 settembre 2018:

Le armi comuni non sportive potranno avere al massimo 10 colpi per le armi lunghe, 20 per le armi corte. Salvaguardate molte armi storiche.

Le attività professionali (art. 31 del T.U.L.P.S.) di fabbricazione, riparazione, vendita potranno inviare l'avviso di trasporto (entro 48 ore dal suo inizio) via PEC.

Aumentato il limite di detenzione per le armi sportive da 6 a 12.

I titolari di licenza di collezione senza porto d'armi potranno usare, con delle limitazioni, le armi in collezione.

Formalizzata la possibilità della denuncia tramite PEC che potrà essere fatta, in questa modalità, anche ai Carabinieri.

Modificate le parti d'arma soggette a denuncia.

Saranno soggetti a denuncia i caricatori avente capacità maggiore di 10 per le armi lunghe e 20 per le armi corte.

Durata porto d'arma sportivo e caccia: da 6 a 5 anni.

Obbligo visita medica per i detentori di armi comuni: da 6 a 5 anni. Esonerati possessori di licenza di collezione armi antiche, e soggetti art. 73 del Regolamento del T.U.L.P.S.

Non più prevista la licenza prefettizia per i privati per la spedizione di armi sul suolo nazionale.

Le armi cammuffate saranno vietate. Niente deroga. Chi possiede la penna-pistola o bastoni fucile non potrà più detenerli.

Le armi demilitarizzate (A6) e le armi sportive (A7) con numero di colpi oltre 10/20 saranno acquistabili solo da sportivi. Potrà essere rilasciata una nuova licenza per queste armi. Deroga a chi le deteneva prima del 13 giugno 2017. Le armi A7 non sono automaticamente qualificate sportive, è sempre necessario richiederne la qualifica tramite il Banco di Prova.

Caricatori per armi sportive (oltre 10/20 colpi) solo ai tiratori sportivi. Deroga a chi li deteneva prima del 13 giugno 2017.

E' previsto il limite sull'acquisto di munizioni imposto sul porto d'armi che dovrà essere rinnovato annualmente. Nulla cambia sulle modalità.

La riabilitazione ai reati ostativi non permetterà automaticamente il rilascio di titoli per poter acquistare armi.

Sulle armi prodotte, assemblate o introdotte nello Stato, deve essere impressa, senza ritardo, a cura del fabbricante, dell'assemblatore o dell'importatore una marcatura unica, chiara e permanente, dopo la fabbricazione, l'assemblaggio, o l'importazione. La marcatura deve contenere il nome, la sigla o il marchio del fabbricante o dell'assemblatore, il Paese o il luogo di fabbricazione o assemblaggio, il numero di serie e l'anno di fabbricazione o assemblaggio.

Viene istituito presso il Dipartimento della Pubblica Sicurezza un sistema informatico per la tracciabilità delle armi e delle munizioni.

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Equo indennizzo

Il Ministero dell'Interno nella Nota Prot. 0080150/2018 del 04/09/2018 ritiene che che l'istituto dell'"equo indennizzo" sia stato reintrodotto in favore del personale della polizia locale delle città metropolitane, dei comuni capoluogo di provincia e di tutti i comuni del territorio nazionale e non soltanto a favore del personale della polizia locale delle città metropolitane e dei comuni capoluogo di provincia.

Disturbo delle occupazioni o del riposo delle persone

La fattispecie è stata di recente trattata dalla terza sezione della Cassazione penale, nella sentenza n. 37085/2018. La corte di legittimità, ha ritenuto fondato il ricorso della parte imputata del reato di cui all'art. 659 c.p. comma 1, in quanto per la configurazione di tale reato, considerato di pericolo presunto, occorre che le emissioni sonore siano potenzialmente idonee a disturbare le occupazioni o il riposo di un numero indiscriminato di persone, secondo il parametro della normale tollerabilità, indipendentemente da quanti se ne possano in concreto lamentare.

Essendo l'interesse tutelato dal legislatore quello della pubblica quiete, la quale implica l'assenza di disturbo per la pluralità dei consociati, è necessario che i rumori abbiano una tale diffusività che l'evento di disturbo sia potenzialmente idoneo ad essere rilevato dalla collettività, considerando il complesso delle persone che si trovino nell'ambiente o comunque in zone limitrofe alla provenienza della fonte sonora, atteso che la valutazione circa l'entità del fenomeno rumoroso va fatta in relazione alla sensibilità media del gruppo sociale in cui il fenomeno stesso si verifica.

Nel caso di specie non si ritiene che il Tribunale, che ha fondato il giudizio di colpevolezza sulla deposizione del teste, proprietario di un'abitazione limitrofa a quella dell'imputato, secondo il quale i rumori provenienti dall'impresa confinante erano talmente forti da impedirgli di sentire la televisione e colloquiare con la moglie, abbia dato conto della sussistenza dei presupposti necessari alla configurabilità della contravvenzione in esame.

Anche se non è necessario che l'accertamento del superamento della soglia della normale tollerabilità sia effettuato mediante perizia o consulenza tecnica, ben potendo il giudice fondare il suo convincimento in ordine alla sussistenza di un fenomeno in grado di arrecare oggettivamente disturbo della pubblica quiete su elementi probatori di diversa natura, quali le dichiarazioni di coloro che sono in grado di riferire le caratteristiche e gli effetti dei rumori percepiti, occorre comunque accertare la diffusa capacità offensiva del rumore in relazione al caso concreto, è necessario cioè che il rumore abbia un'attitudine a propagarsi e a turbare un numero indeterminato di persone, a prescindere dal fatto che, in concreto, alcune persone siano state effettivamente disturbate. Trattandosi di reato di pericolo presunto, è sufficiente che la condotta dell'agente abbia l'attitudine a ledere il bene giuridico protetto dalla norma incriminatrice, ovvero la pubblica quiete, ed è indifferente che la lesione del bene si sia in concreto verificata. Ne consegue che la contravvenzione non è configurabile nei casi in cui le emissioni rumorose non superino la normale tollerabilità ed in quelli in cui sia oggettivamente impossibile il disturbo di un numero indeterminato di persone, ma siano offesi solamente i soggetti che si trovano in un luogo contiguo alla sorgente rumorosa. In tale ultima ipotesi, il fatto non assume rilievo penale, ma deve essere inquadrato nell'ambito dei rapporti di vicinato tra immobili confinanti, disciplinato dal codice civile.

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Misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione

Il Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro della giustizia, ha approvato un disegno di legge che introduce nuove misure per il contrasto dei reati contro la pubblica amministrazione.

La prima parte del testo, in particolare, apporta modifiche alle norme che disciplinano la responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica, ed è finalizzato a potenziare l'attività di prevenzione, accertamento e repressione dei reati contro la pubblica amministrazione.

Il disegno di legge prevede:

- l'innalzamento delle pene per i reati di corruzione per l'esercizio della funzione, con il minimo della pena che passa da uno a tre anni e il massimo da sei a otto anni di reclusione;

- l'introduzione del divieto, per i condannati per reati di corruzione di contrattare con la pubblica amministrazione (cosiddetto "Daspo per i corrotti") da un minimo di 5 fino a una interdizione a vita, non revocabile per almeno 12 anni neppure in caso di riabilitazione;

- la possibilità di utilizzare anche per i reati di corruzione la figura dell'Agente sotto copertura;

- l'introduzione di sconti di pena e di una speciale clausola di non punibilità per chi denuncia volontariamente e fornisce indicazioni utili per assicurare la prova del reato e individuare eventuali responsabili;

- la confisca dei beni anche nel caso di amnistia o prescrizione intervenuta in gradi successivi al primo.

Il testo prevede, inoltre, l'assorbimento nella fattispecie del "traffico di influenze illecite" anche della ipotesi di "millantato credito".

La seconda parte del testo introduce nuove norme in materia di trasparenza e controllo dei partiti e movimenti politici, volte a rendere in ogni caso palese al pubblico e sempre tracciabile la provenienza di tutti i finanziamenti ai partiti politici e alle associazioni e fondazioni politiche nonché ad analoghi comitati e organismi pluripersonali privati di qualsiasi natura e qualificazione.

Il decreto legislativo di adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del Regolamento (UE) 2016/679 sulla privacy

Pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 205 del 4/9/2018, il decreto legislativo 10/08/2018 n. 101, recante disposizioni per l'adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del Regolamento (UE) 2016/679, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, che abroga la direttiva 95/46/CE (regolamento generale sulla protezione dei dati). Si pubblica il dossier della Camera dei Deputati di commento al testo.

Occupazione arbitraria di immobili

La Circolare del 1° settembre 2018 del Ministero dell'Interno, indica le procedure da seguire per le ipotesi di immobili occupati abusivamente.

Il provvedimento richiama le norme con le quali è stato affrontato il tema, sotto il profilo della tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, che sono il decreto-legge n. 14 del 2017, convertito, con modificazioni, nella legge n. 48 del 2017.

Sull'argomento sono state impartite le prime indicazioni con la direttiva del 18 luglio 2017, con la quale è stato posto l'accento sulla imprescindibile necessità di evitare nuove occupazioni abusive di immobili.

Alla predetta direttiva, ha atto seguito quella del 1° settembre 2017, con la quale si è voluto dare impulso all'attuazione, sia a livello centrale che periferico, delle sinergie interistituzionali finalizze e alla ricerca di soluzioni e di risposte al fenomeno, maggiormente strutturate, ribadendo la centralità del Comitato metropolitano per i profili programmatori e del Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica per il ripristino della legalità e la salvaguardia dell'ordine pubblico.

La circolare del 1° settembre, nelle situazioni in cui emerge l'esigenza della tutela delle famiglie in situazioni di disagio economico o sociale, prevede come unica soluzione, percorribile nell'immediato, quella "di ogni possibile censimento degli occupanti, che deve essere condotto, anche in forma "speditiva", sotto la regia dei Servizi sociali dei Comuni e, laddove occorra, con l'ausilio dei soggetti del privato sociale, nelle forme ritenute più adeguate in relazione alle singole fattispecie, in modo da acquisire un complessivo quadro della situazione e, in particolare, delle ricadute sul piano sociale e su quello della tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, derivanti dall'esecuzione dello sgombero".

Accesso al Ced dei documenti rubati o smarriti e ai permessi di soggiorno rilasciati e rinnovati, da parte della polizia locale

Il Garante della privacy, esprime parere positivo, (parere 6/6/2018), allo schema di decreto riguardante le modalità di accesso al Ced del Dipartimento della PS, da parte della polizia municipale, per la consultazione dei dati e delle informazioni relativi ai documenti di identità rubati o smarriti e ai permessi di soggiorno rilasciati e rinnovati.

il garante precisa che le Amministrazioni dovranno utilizzare le categorie soggettive di riferimento (titolare del trattamento, responsabile del trattamento, o chiunque agisca sotto l'autorità del titolare o del responsabile del trattamento e abbia accesso ai dati personali) in linea con le definizioni e i compiti previsti dal rinnovato quadro normativo.

Ordine di demolizione e dissequestro di un immobile

L'ordine di demolizione contenuto in sentenza non impedisce il dissequestro dell'immobile abusivamente costruito - Il tema è stato trattato in una recente sentenza della Cassazione penale.

La Cassazione Penale Sez. 3, con la sent. Num. 39259/2018, ribadisce un consolidato principio di diritto, secondo il quale l'ordine di demolizione contenuto in sentenza non impedisce il dissequestro dell'immobile abusivamente costruito, dato che la misura cautelare del sequestro è finalizzata ad impedire la prosecuzione del reato o le conseguenze dannose dello stesso e prescinde dall'ordine di demolizione.

Nella fattispecie, la misura cautelare era finalizzata ad impedire la prosecuzione del reato o le conseguenze dannose del medesimo, in riferimento ad una costruzione di un immobile abusiva. La misura cautelare prescinde totalmente da un eventuale ordine di demolizione dell'opera abusiva. Anzi quando l'ordine di demolizione passa in giudicato, deve essere disposto il dissequestro del bene per permettere al destinatario dell'ordine di eseguirlo.

Secondo la Cassazione penale, il ricorso della parte, contro il collegio cautelare è fondato. Nell'esame il collegio cautelare avrebbe dovuto valutare esclusivamente se sussistevano i presupposti per accogliere o rigettare la richiesta di restituzione, e cioè se continuava o meno a sussistere il periculum in mora e sicuramente non addurre come motivazione all'istanza di dissequestro della parte, il fatto che non si potesse disporre il dissequestro dell'immobile esclusivamente perché con la sentenza di primo grado ne era stata disposta la demolizione.

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Attività di prevenzione e contrasto allo spaccio di sostanze stupefacenti nei pressi degli istituti scolastici

La direttiva del Ministro dell'Interno e le Circolari del capo di Gabinetto e del Capo della Polizia, del 26 agosto 2018, volte ad avviare, per l'inizio dell'anno scolastico, un'azione di prevenzione e contrasto allo spaccio di sostanze stupefacenti, in particolare in prossimità dei plessi scolastici.

Monitoraggio dello stato di conservazione e manutenzione delle opere pubbliche

Il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, attraverso un comunicato pubblicato nel proprio sito istituzionale, ha informato di avere avviato, con la massima urgenza, un'azione di monitoraggio sullo stato di conservazione e manutenzione delle opere, viarie e non viarie - la Circolare n. 34/18 ANCI Veneto in allegato.

Organizzazione dei soccorsi sanitari negli eventi/manifestazioni programmate

La circolare ANCI 238/2018 Regione Lombardia, allega la comunicazione di Regione Lombardia/AREU, in merito alle diverse tipologie di eventi per i quali è indispensabile la preventiva valutazione del supporto sanitario.

Modifiche di attribuzioni ai ministeri dell'ambiente, delle politiche agricole dei beni culturali

La Legge n. 97/18 del 9 agosto 2018, GU n. 188 del 14 agosto 2018, converte con modificazioni, il D.L. 12 luglio 2018, n. 86, recante disposizioni urgenti in materia di riordino delle attribuzioni dei Ministeri dei beni e delle attività culturali e del turismo, delle politiche agricole alimentari e forestali e dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare.

Vengono trasferite al Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (che assume la nuova denominazione di Ministero delle politiche agricole alimentari, forestali e del turismo - MIPAAFT) le funzioni in materia di turismo esercitate dal MIBACT, il quale torna ad assumere la denominazione di Ministero per i beni e le attività culturali - MIBAC.

Dal 1° gennaio 2019, al MIPAAFT sono altresì trasferite le risorse umane, strumentali e finanziarie, compresa la gestione dei residui, della Direzione generale turismo del MIBACT nonché quelle comunque destinate all'esercizio delle funzioni oggetto del trasferimento.

Riordino delle competenze del Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare

Vengono attribuite al Ministero dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare, le funzioni esercitate dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, in materia di coordinamento e monitoraggio degli interventi di emergenza ambientale:

- di cui all'articolo 1 del decreto-legge 10 dicembre 2013, n. 136, come convertito, volti a garantire la sicurezza agroalimentare in Campania;

- di cui all'articolo 2 del medesimo decreto-legge n. 136 del 2013, recante azioni e interventi di monitoraggio, anche di tipo sanitario, nei territori della regione Campania e nei comuni di Taranto e Statte.

Si attribuisce poi al Ministero dell'ambiente l'esercizio delle funzioni - precedentemente attribuite alla Presidenza del Consiglio dei ministri - in materia di contrasto al dissesto idrogeologico e di difesa e messa in sicurezza del suolo - restano ferme le funzioni di coordinamento interministeriale proprie della Presidenza del Consiglio dei ministri.

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Simulazione di reato

La simulazione di reato, quando si configura (in un caso recentemente trattato dalla cassazione penale).

Cassazione Penale Sent. Sez. 6 N. 38502/2018, respinge il ricorso avverso un provvedimento confermato in appello, con il quale il Tribunale ha condannato l'imputato alle pene di legge per i reati di omissione di soccorso e simulazione di reato. In particolare, al ricorrente è contestato di avere omesso di prestare assistenza alla vittima, conducente dell'auto coinvolta nell'incidente stradale, con la vettura condotta dall'imputato, durante la notte del 29 gennaio 2011 (fra le ore 2:00 e le ore 3:00) nonché di avere falsamente denunciato - presentandosi alle ore 11:00 dello stesso 29 gennaio presso la Caserma dei Carabinieri - il furto della propria auto, asserendo di averla parcheggiata sotto casa intorno alle ore 1:40 e di non averla più ritrovata; in effetti, al momento della denuncia, la vettura era già stata rinvenuta dalla P.G. (precisamente intorno alle ore 4:00 dello stesso 29 gennaio) sulla base delle indicazioni date dalla vittima rimasta ferita. La vettura presentava la fiancata gravemente danneggiata ed era chiusa a chiave e regolarmente parcheggiata in una via non distante dall'abitazione dell'imputato.

Per la configurabilità del delitto di simulazione di reato, è sufficiente che la falsa denuncia determini l'astratta possibilità di un'attività degli organi inquirenti, diretta all'accertamento del fatto denunciato, in quanto la simulazione ha natura di reato di pericolo, con la conseguenza che la sussistenza della stessa può essere esclusa solo quando la denuncia appaia palesemente inverosimile e gli organi che la ricevono svolgano indagini al solo fine di stabilirne la veridicità e non già per accertare i fatti denunciati.

Il delitto di simulazione di reato ha inoltre natura di reato istantaneo e si consuma con la semplice denuncia idonea a provocare investigazioni e accertamenti della polizia giudiziaria.

Secondo la Cassazione penale risulta ineccepibile la conclusione dei decidenti di cognizione, là dove hanno giudicato perfezionato il reato di simulazione di reato, già al momento della presentazione della denuncia di furto dell'auto ai Carabinieri, in quanto del tutto idoneo - per le circostanze di fatto esposte - a provocare l'avvio delle investigazioni.

A nulla può rilevare che, al momento della denuncia, altra P.G. avesse - sulla base di un percorso investigativo autonomo (segnatamente sulla scorta delle indicazioni della vittima del reato di omissione di soccorso) - già rinvenuto l'autovettura. Infatti il furto della vettura (denunciato dal ricorrente) costituisce fatto logicamente non incompatibile con l'abbandono di essa da parte del fantomatico ladro dopo la commissione dell'incidente e con il recupero da parte della P.G. in un momento storico antecedente alla stessa denuncia di furto.

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Il controllo dell'acquisizione e dell'uso di armi

L' Attuazione della direttiva (UE) 2017/853 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 maggio 2017, che modifica la direttiva 91/477/CEE del Consiglio, relativa al controllo dell'acquisizione e della detenzione di armi

Il Consiglio dei Ministri nell'ultima seduta ha approvato lo schema di decreto legislativo che "attua la direttiva (UE) 2017/853 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 17 maggio 2017, che modifica la direttiva 91/477/CEE del Consiglio, relativa al controllo dell'acquisizione e della detenzione di armi.

La direttiva ha il fine di armonizzare le condizioni di circolazione delle armi da fuoco e delle loro componenti essenziali all'interno dell'Unione e impone alle legislazioni degli Stati membri di adottare precise cautele.

Recependo la direttiva, il decreto rimodula le categorie delle armi da fuoco; modifica i criteri di acquisizione e detenzione delle stesse; disciplina le modalità con cui devono essere marcate; prevede forme di controllo e di monitoraggio più stringenti dei titoli di acquisizione e detenzione; armonizza la durata delle autorizzazioni.

Tra le principali novità, il testo introduce un sistema di tracciabilità delle armi uniforme che impone di conoscere in modo certo la data di fabbricazione e distruzione dell'arma, il divieto assoluto di usare armi "camuffate", intese come armi modificate in modo da assumere caratteristiche esteriori di un altro oggetto.

Infine, il decreto riduce da sei a cinque anni la durata delle licenze di tiro a volo e di caccia di nuova emissione e prescrive l'obbligo di presentare la certificazione medica necessaria ogni cinque anni per chiunque detenga armi comuni da sparo, ad eccezione dei collezionisti di armi antiche, e salvo che il detentore sia in possesso di licenza di porto d'armi, e integra la disciplina esistente sul controllo dell'acquisizione e della detenzione di armi destinate all'uso civile ma non incide sulla disciplina relativa all'acquisizione e alla detenzione di armi appartenenti alle Forze Armate o di Polizia o ad Enti governativi, nonché sulla legge relativa al controllo dell'esportazione, importazione e transito dei materiali di armamento (legge 9 luglio 1990, n. 185)". 


Codice della privacy

Disposizioni per l'adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del Regolamento (UE) 2016/679 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 27 aprile 2016, relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati, e che abroga la direttiva 95/46/CE.

L'ultimo Consiglio dei Ministri ha approvato lo schema di decreto legislativo che "in attuazione dell'art. 13 della legge di delegazione europea 2016-2017 (legge 25 ottobre 2017, n. 163), introduce disposizioni per l'adeguamento della normativa nazionale alle disposizioni del Regolamento europeo relativo alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali, nonché alla libera circolazione di tali dati. Si è deciso, al fine di semplificare l'applicazione della norma, di agire novellando il codice della privacy esistente, nonostante il regolamento abbia di fatto cambiato la prospettiva dell'approccio alla tutela della privacy rispetto al codice introducendo il principio dell'accountability (responsabilità incondizionata, formale o non, in capo a un soggetto o a un gruppo di soggetti portatori di interessi). Si è scelto di garantire la continuità facendo salvi per un periodo transitorio i provvedimenti del Garante e le autorizzazioni, che saranno oggetto di successivo riesame, nonché i Codici deontologici vigenti"


Responsabilità del conduttore o possessore di un terreno per l'abbandono di rifiuti

Le responsabilità del conduttore o possessore di un terreno per l'abbandono di rifiuti costituiti da calcinacci, plastiche varie, pezzi di automobili, parti di mobili, lastre di eternit, rifiuti ferrosi, sul terreno dallo stesso posseduto.

La Sezione Seconda Bis, del Tribunale Amministrativo Regionale per il Lazio, con la sentenza n. 08866/2018, accoglie il ricorso avverso un ordinanza contingibile ed urgente adottata ai sensi dell'art. 54 del D.Lgs. n. 267/2000, da un Sindaco di un Comune, con la quale veniva ordinato al ricorrente, ai sensi dell'art. 192 del D.Lgs. n. 152/2006, di procedere alla bonifica del terreno di cui era conduttore possessore, a causa di un abbandono sullo stesso, ad opera di ignoti, di rifiuti di varia natura, fra i quali anche dell'eternit.

L'ordinanza sindacale con la quale era stato ingiunto al ricorrente, stante la presenza di rifiuti abbandonati da ignoti sul terreno di cui era conduttore e possessore, era di procedere a proprie cure e spese, ad affidare l'incarico a tecnici specializzati per le valutazioni sulla natura del materiale e degli interventi, di procedere alla bonifica del terreno, ad interdire l'accesso al terreno con designazione di una figura responsabile addetto al controllo di inaccessibilità, e di comunicare al Comune la certificazione delle operazioni svolte.

Il destinatario dell'obbligo di rimozione dei rifiuti, in via solidale è il proprietario o chi abbia a qualunque titolo la disponibilità dell'area, se allo stesso sia imputabile l'abbandono dei rifiuti a titolo di dolo o colpa.

Quindi sulla base della indicata previsione normativa, non è configurabile una responsabilità oggettiva a carico del proprietario o di coloro che a qualunque titolo abbiano la disponibilità dell'area interessata dall'abbandono dei rifiuti, essendo pertanto la sola titolarità del diritto reale o di godimento sulle aree interessate dall'abbandono dei rifiuti insufficiente ai fini dell'imposizione dell'obbligo di rimozione e smaltimento degli stessi, dato che la disposizione richiede la sussistenza dell'elemento psicologico.

L'accertamento della responsabilità, di tipo soggettivo, deve inoltre essere svolto in contraddittorio con i soggetti interessati, da parte dei soggetti preposti al controllo. Non può, inoltre, desumersi la sussistenza dell'elemento psicologico della colpa nella mancata sorveglianza del terreno, né possono essere imposti al soggetto titolare di diritti reali o personali su un fondo obblighi volti a garantire l'interdizione dell'accesso da parte di terzi, tenuto conto che, come già evidenziato dalla giurisprudenza, l'obbligo di diligenza va valutato secondo criteri di "ragionevole esigibilità", con la conseguenza che va esclusa la responsabilità per colpa anche quando sarebbe stato possibile evitare il fatto sopportando un sacrificio obiettivamente sproporzionato, quale la recinzione di una vasta area di proprietà.

Nella fattispecie l'Amministrazione intimata, ha fatto discendere l'obbligo di rimozione dei rifiuti in capo al ricorrente, sulla base della sua mera qualità di conduttore e possessore del terreno, senza accertare o dimostrare, attraverso una completa istruttoria e un'esauriente motivazione, la sussistenza dell'elemento psicologico che avrebbe dovuto sorreggere la condotta commissiva o omissiva del ricorrente.

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Imputabilità per omicidio colposo a causa della segnaletica carente

L'imputabilità del responsabile di cantiere, a causa dell'apposizione di segnaletica carente, a seguito della quale il conducente di un veicolo, finendo contro un ostacolo fisso, sarebbe deceduto.

La Sez. 4 della Cassazione Penale Sent. N. 38357/2018, non ritiene imputabile per omicidio colposo (respingendo il ricorso del Procuratore penale della Corte d'Appello), il responsabile di cantiere, nonostante alcune carenze nella segnaletica apposta, a causa della velocità mantenuta dalla vittima, conducente di un motociclo che era pari ad oltre 120 km/h, nonostante il limite dei 30 km/h. Tale velocità impediva comunque di affrontare in sicurezza la manovra di svolta a sinistra che era prevista, comportando che la vittima urtasse una transenna posta a chiusura della strada.

La segnaletica stradale posta prima dell'area del sinistro, pur non rispettando tutti i requisiti di tipologia e rifrangenza previsti dal D.M. 10 luglio 2002, secondo la Corte, era stata posta in una zona sufficientemente anteriore, inoltre era stato posto anteriormente alla zona, un cartello di limite di velocità di 30 km/h accompagnato da un ulteriore cartello di segnalazione di lavori in corso, con illuminazione elettrica di pericolo.

La transenna sulla quale la vittima urtò, era munita di bande trasversali rosse e bianche, con l'aggiunta di un terzo pannello sormontato da segnalazione luminosa di pericolo e segnale di svolta a sinistra.

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Manifestazioni pubbliche - impiego del volontariato di protezione civile

L'importante Circolare del 6/8/2018, della Presidenza del Consiglio, Dipartimento della protezione civile, sull'attivazione e l'impiego del volontariato di protezione civile nelle manifestazioni pubbliche.

Licenza ex art. 88 TULPS - distanze minime dai luoghi sensibili

Il Consiglio di Stato conferma che nel rilascio delle licenze ex art. 88 TULPS per l'esercizio di sale giochi con apparecchi videolottery, le Questure debbano verificare, oltre ai requisiti richiesti dalla legislazione di pubblica sicurezza, anche il rispetto delle normative regionali o comunali, in materia di distanze minime di tali attività, da luoghi considerati "sensibili".

Il Consiglio di Stato nella sentenza 4604/2018 inizia ponendosi la questione per cui se, ai fini del rilascio della licenza ex art. 88 del TULPS per l'esercizio di sale scommesse e di altri giochi leciti, le Questure (possano e) debbano verificare, oltre ai requisiti richiesti dalla legislazione di pubblica sicurezza, anche il rispetto delle normative, regionali o comunali, in materia di distanze minime di tali attività commerciali da luoghi considerati "sensibili", cioè da tutti quei luoghi (di cui in primis gli istituti scolastici) nei quali si presume la presenza di soggetti appartenenti alle categorie più vulnerabili, rispetto alla tentazione del gioco d'azzardo ed all'illusione di poter conseguire attraverso di esso facili guadagni.

In tale contesto numerose Regioni si sono dotate di norme finalizzate a prevenire - proprio attraverso l'imposizione di distanze minime delle sale giochi e scommesse dai luoghi sensibili - l'insorgenza di forma patologiche di ludopatia meglio note nella letteratura medica come G.A.P. (gioco d'azzardo patologico).

Inoltre l'art. 1 comma 936 della legge 28 dicembre 2015 n. 208 indica che la localizzazione dei punti di raccolta del gioco è materia che attiene, contestualmente, alla tutela della salute e dell'ordine pubblico.

Si richiamano anche le disposizioni del decreto legislativo 25 novembre 2016, n. 222 le quali, nell'ambito della semplificazione dei procedimenti amministrativi, proprio con riferimento alle autorizzazione previste dall'art. 88 del TUPLS, espressamente prevedono il solo rilascio da parte del Questione senza obblighi ulteriori per la parte istante, di munirsi di ulteriori atti di assenso (fatta eccezione per il rispetto delle condizioni antincendio).

Tutto questo vale a ribadire, secondo il Consiglio di Stato che il Questore sia tenuto, per il rilascio dell'autorizzazione, a verificare la sussistenza non soltanto dei requisiti stabiliti dalla legislazione di polizia ma anche di quelli previsti dalle ulteriori fonti normative e ordinamentali, tra le quali assume una specifica valenza proprio la legislazione regionale in materia di rispetto delle distanze minime dai luoghi sensibili.

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Il "Decreto Dignità" norme in materia di giochi

Approvato da entrambi i rami del parlamento il disegno di legge di conversione del decreto-legge n. 87 del 2018.

L'articolo 9, facendo salve le restrizioni già introdotte dal legislatore, vieta qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse, nonché al gioco d'azzardo, comunque effettuata e su qualunque mezzo; si introduce la locuzione "disturbo da gioco d'azzardo" in luogo di ludopatia.

Per i contratti di pubblicità in corso al 14 luglio 2018 (data di entrata in vigore del decreto-legge) si prevede che continui ad applicarsi la normativa previgente, fino alla loro scadenza, e comunque per non oltre un anno dalla medesima data.

La disposizione, a partire dal 1° gennaio 2019, estende il divieto di pubblicizzare giochi e scommesse anche alle sponsorizzazioni. La violazione dei divieti comporta la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma pari al 20% del valore della sponsorizzazione o della pubblicità e, in ogni caso, non inferiore a 50 mila euro per ogni violazione. Viene innalzata, infine, la misura del prelievo erariale unico sugli apparecchi idonei per il gioco lecito per provvedere agli oneri derivanti dall'articolo e dalle norme in materia di decontribuzione per gli anni 2019 e 2020 per l'assunzione di giovani a tempo indeterminato con contratto a tutele crescenti.

Il nuovo comma 1-bis specifica che nelle leggi e negli altri atti normativi, nonché negli atti e nelle comunicazioni comunque effettuate e su qualunque mezzo, i disturbi correlati a giochi o scommesse con vincite di denaro sono definiti disturbi da gioco d'azzardo (DGA).

Il nuovo comma 1-ter modifica la disciplina sull'obbligo per i giochi con vincite in denaro di riportare in modo chiaramente visibile la percentuale di probabilità di vincita che il soggetto ha nel singolo gioco pubblicizzato. La nuova norma prevede che per le lotterie istantanee indette dal primo gennaio 2019 o ristampate da tale data, i premi uguali o inferiori al costo della giocata non sono ricompresi nelle indicazioni della probabilità di vincita. La modifica riduce, pertanto, la percentuale della probabilità di vincita che viene comunicata al pubblico.

Si affida al Governo il compito di proporre una riforma complessiva in materia di giochi pubblici in modo da assicurare l'eliminazione dei rischi connessi al disturbo del gioco d'azzardo e contrastare il gioco illegale e le frodi a danno dell'erario.

L'articolo 9-bis prevede che i tagliandi delle lotterie istantanee contengano messaggi in lingua italiana recanti avvertenze relative ai rischi connessi al gioco d'azzardo. Si stabilisce inoltre che formule di avvertimento sul rischio di dipendenza dalla pratica dei giochi con vincite in denaro siano applicate anche su alcuni apparecchi da intrattenimento, nonché nelle aree e nei locali dove essi vengano installati.

L'articolo 9-ter prevede che il Ministro dell'Economia e delle Finanze, d'intesa con il Ministro della salute, effettui il monitoraggio dell'offerta di gioco e riferisca annualmente al Parlamento.

L'articolo 9-quater dispone che l'accesso agli apparecchi da intrattenimento per il gioco lecito (slot machine e videolottery) sia consentito esclusivamente mediante l'utilizzo della tessera sanitaria, al fine di impedire l'accesso ai giochi da parte dei minori. Si prevede che siano rimossi dagli esercizi, dal 1° gennaio 2020, gli apparecchi privi di meccanismi idonei ad impedire l'accesso ai minori. La violazione di tale norma è punita con una sanzione amministrativa di diecimila euro per ciascun apparecchio.

L'articolo 9-quinquies istituisce il logo No Slot presso il Ministero dello Sviluppo Economico; consente ai Comuni di prevedere, per i pubblici esercizi e i circoli privati che eliminano o che si impegnano a non installare videolottery e slot machine il rilascio e il diritto d'uso del logo identificativo No Slot.

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Rilevazione degli illeciti relativi agli accessi alle corsie riservate

La Cassazione civile ribadisce che la disciplina di rilevamento con apparecchiatura di videoripresa (dispositivi denominati porte telematiche) è consentito anche per le corsie riservate.

La Cassazione Civile Sez. 2 con l'ordinanza n. 20222/2018, si è pronunciata in merito all'accertamento con l'utilizzo delle cd. Porte telematiche, senza l'obbligo della contestazione immediata, della circolazione non autorizzata sulle corsie riservate, affermando che: «In tema di accertamento delle infrazioni al codice della strada, l'espressa previsione contenuta nell'art. 201, comma 1 bis, così come introdotto dall'art. 4 D.L. 151/2003, convertito nella legge 214/2003, che ha assoggettato a identica disciplina, ai fini dell'esonero dall'obbligo di contestazione immediata, sia l'accesso alle zone a traffico limitato sia la circolazione sulle corsie riservate, ha l'effetto di rendere possibile, dal momento in cui tale norma è entrata in vigore, l'utilizzo dei dispositivi previsti dall'art. 17, comma 133 bis legge n. 127/1997 (cosiddette "porte telematiche"). Tali dispositivi, anche se installati in conformità di specifiche autorizzazioni ministeriali precedenti l'entrata in vigore della lett. g) del comma 1 bis dell'art. 201 cod. str., consentono anche la rilevazione degli illeciti relativi agli accessi alle corsie riservate, poste in corrispondenza o all'interno dei varchi di accesso alle zone a traffico limitato, ritenendo che a presiedere le zone riservate possono essere gli stessi apparecchi autorizzati a presiedere le zone a traffico limitato e il centro storico senza altra autorizzazione".

La Corte intende dare continuità a tale indirizzo e conseguentemente riconoscere il principio, fatto proprio dalla sentenza impugnata, che la rilevazione degli illeciti su corsie riservate ai mezzi pubblici può avvenire mediante l'uso degli apparecchi di video ripresa già autorizzati per il controllo dell'accesso alle zone ZTL e ai centri storici, senza necessità di ulteriore autorizzazione.


Linee guida per i patti di sicurezza urbana

Il D.L. 14/2017 come convertito dalla L. 48/2017, prevede all'art. 5, che possano essere adottati appositi patti sottoscritti tra il prefetto ed il sindaco, nel rispetto di linee guida adottate con accordo sancito in sede di Conferenza Stato-città e autonomie locali. Queste linee sono state adottate il 26/7/2018, in sede di conferenza unificata.

Spese del personale di P.L. pagate da terzi

Nota interpretativa della Conferenza Stato-città ed autonomie locali, sulle spese del personale di polizia locale, relative a prestazioni pagate da terzi per l'espletamento di servizi in materia di sicurezza e di polizia stradale necessari allo svolgimento di attività e iniziative di carattere privato che incidono sulla sicurezza e la fluidità della circolazione nel territorio dell'ente.

Il D.L.24-4-2017 n. 50 convertito dalla L. 96/2017 al comma 3 bis ha stabilito che: "A decorrere dal 2017, le spese del personale di polizia locale, relative a prestazioni pagate da terzi per l'espletamento di servizi di cui all'articolo 168 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, di cui al decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267, in materia di sicurezza e di polizia stradale necessari allo svolgimento di attività e iniziative di carattere privato che incidono sulla sicurezza e la fluidità della circolazione nel territorio dell'ente, sono poste interamente a carico del soggetto privato organizzatore o promotore dell'evento e le ore di servizio aggiuntivo effettuate dal personale di polizia locale in occasione dei medesimi eventi non sono considerate ai fini del calcolo degli straordinari del personale stesso. In sede di contrattazione integrativa sono disciplinate le modalità di utilizzo di tali risorse al fine di remunerare i relativi servizi in coerenza con le disposizioni normative e contrattuali vigenti".

La Conferenza Stato-città ed autonomie locali (organo collegiale con funzioni consultive e decisionali che opera per favorire la cooperazione fra lo Stato e gli Enti locali, presieduta dal Presidente del Consiglio dei Ministri o, per sua delega, dal Ministro dell'Interno o dal Ministro per gli Affari regionali nelle materie di rispettiva competenza), ha emanato una nota interpretativa di attuazione di tale comma.

Le responsabilità del Comandante di P.L. per la mancanza di segnaletica stradale

La Cassazione penale conferma la condanna per gli art. 113 e 589 commi 2 e 3 c.p., per il Com.te della P.L., a cui veniva addebitata la circostanza di non avere verificato che la chiusura della strada avvenisse con le modalità prescritte per i cantieri stradali.

Con la sentenza n. 20110/2018 la IV sezione della Cassazione penale, respinge il ricorso di un comandante di polizia municipale, il quale è stato ritenuto responsabile di cooperazione nel delitto colposo e in omicidio colposo per la morte di un conducente di un'autovettura e dei passeggeri. Il fatto era avvenuto mentre percorreva una strada chiusa al traffico, a luci spente, in inverno, alle ore 17.00 circa; sul lato sinistro della strada scorreva un torrente, ubicato 3,5 metri sotto il piano stradale, delimitato da un muro di contenimento del corpo stradale in cemento armato, che in occasione di piogge alluvionali era franato, unitamente ad una parte del piano stradale, per una lunghezza di circa 60 metri; a seguito alla riunione del coordinamento della Protezione Civile, era stata emanata dal Comandante della Polizia Municipale, un'ordinanza di chiusura della strada, realizzata "tuttavia in modo approssimativo"; l'autovettura condotta dal conducente deceduto aveva superato un primo cartello recante un divieto di accesso, ubicato nei pressi del cavalcavia autostradale, poco prima del luogo in cui aveva inizio la frana, era poi andata ad impattare contro le transenne amovibili poste a chiusura della strada, ma posizionate in modo da lasciare un varco a destra di circa due metri, ed aveva quindi sbandato deviando a sinistra, per finire la propria corsa nel torrente; l'impatto contro i lastroni di cemento ivi presenti, aveva cagionato il decesso del conducente e delle trasportate; al Comandante si era addebitato di non avere curato che la chiusura della strada avvenisse con le modalità prescritte per i cantieri stradali, con transennature fisse e con idonei cartelli di segnalazione luminosa, anche notturna.

All'imputato si contestava la violazione dell'art.5, comma 3, D. Lgs. 30 aprile 1992, n.285 e del punto n.3 del disciplinare tecnico relativo approvato con D.M. 10 luglio 2002 del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti in quanto, dopo aver emesso l'ordinanza, con la quale aveva disposto la chiusura al transito della via, aveva omesso di dare corretta esecuzione e di vigilare sulla corretta esecuzione di detta ordinanza, non assicurando che la chiusura avvenisse con le modalità previste per i cantieri stradali.

La motivazione della sentenza si forma sul fatto che:

a) l'apposizione di un segnale di divieto di accesso agevolmente eludibile, è segnaletica inadeguata a porre l'automobilista nella condizione di percepire la portata del pericolo al quale andrà incontro violando il divieto;

b) la transennatura posta oltre il divieto di accesso avrebbe dovuto essere inamovibile e non avrebbe dovuto lasciare aperto un varco;

c) la segnaletica era estremamente pericolosa al calare dell'oscurità per la mancanza di dispositivi rifrangenti e di segnali luminosi di pericolo;

d) chi è tenuto a predisporre gli strumenti di regolazione della circolazione stradale è tenuto a fronteggiare anche le possibili forme di condotta di guida imprudente degli utenti della strada;

e) il Comandante della Polizia Municipale era tenuto, sia in ragione dei compiti istituzionali inerenti alla regolamentazione della circolazione stradale, sia in ragione dell'esercizio di fatto delle funzioni tipiche del garante dei rischi per la circolazione derivanti dalla frana, a controllare che l'ordinanza con cui aveva imposto la chiusura della strada fosse eseguita con modalità idonee ad assicurarne l'efficacia;

f) il Comandante della Polizia Municipale, in funzione di vigilanza sul territorio, era nella condizione di percepire, direttamente o attraverso i suoi sottoposti, la pericolosità del sistema di chiusura del transito concretamente predisposto, valutando i frequenti spostamenti delle transenne operati dai privati nei giorni immediatamente successivi all'emanazione dell'ordinanza.

L'obbligo di controllo da cui sorge la posizione di garanzia del Comandante della Polizia Municipale in materia di sicurezza stradale, nell'ambito territoriale del Comune ha, infatti, diretta fonte nel combinato disposto dell'art.5 legge 7 marzo 1986, n.65 e degli artt. 11 e 12 D. Lgs. 30 aprile 1992, n.285, che prevedono l'espletamento, da parte dei Corpi di Polizia Municipale, dei servizi di polizia stradale, tra i quali rientrano la tutela ed il controllo sull'uso della strada.

Secondo la Cassazione, correttamente nella sentenza impugnata si è rimarcato come, proprio su indicazione del comandante, in veste di organo di vertice della Polizia Municipale con funzioni di vigilanza sul territorio ed al fine di garantire il rispetto dell'ordinanza di chiusura dal medesimo adottata, dopo l'evento "furono apposte delle semplici tavole di legno sulle transenne onde evitare la presenza di varchi accessibili ai mezzi di trasporto

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La legittima difesa

La legittima difesa è una scriminante che si configura quando un soggetto pone in essere una condotta che si concretizza in un reato, ma che nella fattispecie non è da considerarsi antigiuridica se determinata:

- dalla necessità di difendere un diritto proprio od altrui contro il pericolo attuale di una offesa ingiusta;

- sempre che la difesa sia proporzionata all'offesa.

La Cassazione Penale Sez. 1, con la sentenza N. 34340/2018 non considera configurabile la scriminante della legittima difesa reale o putativa, nella fattispecie relativa ad una condotta che si configura come tentato omicidio o lesioni volontarie. L'imputato aveva sparato due colpi alla schiena alla vittima, la quale stava uscendo dal cortile di un'azienda dove era avvenuta la colluttazione. Manca nella oggettivamente fattispecie il pericolo attuale, atteso che le vittima disarmata, che in un primo momento aveva aggredito a pugni e calci l'imputato, si stavano allontanando e che non vi era, in quel momento, una situazione che costringesse l'imputato a sparare alle spalle della vittima, che non stava ponendo in essere in quell'istante nessuna aggressione.

La Cassazione Penale Sez. 5, sentenza N.34461/2018 non considera configurabile la scriminante della legittima difesa, in una fattispecie di lesioni aggravate, consumate a danno della vittima, che era stata colpita prima con pugni e schiaffi e poi, ripetutamente, con un coltello ed una bottiglia di vetro rotta.

Non sussisteva l'esimente in oggetto in quanto l'imputato, pur colpito dalla persona offesa per primo, l'aveva disarmato togliendogli la bottiglia rotta dalle mani, e l'aveva poi percosso, prima a mani nude e poi con un coltello ed una bottiglia, senza che vi fosse più alcuna necessità di difendersi. Aveva pertanto agito in un momento in cui la sua difesa non era più necessaria non essendo più in atto l'aggressione di colui che era così divenuto la vittima della sua ingiustificata condotta. Ciò, evidentemente, esclude anche la ricorrenza anche delle ipotesi subordinate, previste dagli artt. 55 e 59 c.p., rispettivamente il superamento colposo dei limiti della legittima difesa e l'erronea supposizione della sua esistenza, posto che il ricorrente aveva agito nella piena consapevolezza di non dover più attuare alcun presidio difensivo ma solo con l'intento di aggredire la sua controparte.

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False dichiarazioni nell'istanza del titolo edilizio

Le conseguenze per le false dichiarazioni in sede di richiesta di un titolo edilizio.

Il T.A.R. Lombardia, sez. di Brescia, nella sentenza 574/2018, stabilisce a proposito di un titolo abilitativo ottenuto sulla base di false dichiarazioni sullo stato effettivo dei luoghi, che "laddove una concessione edilizia sia stata ottenuta in base ad una falsa rappresentazione dello stato effettivo dei luoghi negli elaborati progettuali, al Comune è consentito di esercitare il proprio potere di autotutela ritirando l'atto concessorio, senza necessità di esternare alcuna particolare ragione di pubblico interesse" e che, "in definitiva, l'interesse pubblico all'eliminazione dell'atto illegittimo è in re ipsa nel caso di ritiro di un titolo abilitativo a fronte di falsa, infedele, erronea o inesatta rappresentazione dolosa o colposa, della realtà da parte del relativo destinatario, risultata rilevante o decisiva ai fini del provvedimento autorizzativo" e "la discrezionalità dell'amministrazione in materia si azzera, vanificando sia l'interesse del destinatario del provvedimento ampliativo da annullare, sia il tempo trascorso".

Il nostro ordinamento considera con disvalore l'ottenimento di benefici derivante da dichiarazioni false, e la non veridicità della dichiarazione sostitutiva presentata, comporta la decadenza dai benefici eventualmente conseguiti, senza che tale disposizione, lasci alcun margine di discrezionalità alle Amministrazioni. La norma in parola non richiede alcuna valutazione circa il dolo o la grave colpa del dichiarante. Il comma 2-bis all'art. 21-nonies della L.241/1990, stabilisce che l'amministrazione conserva il potere di intervenire dopo la scadenza del richiamato termine per l'annullamento d'ufficio (18 mesi) proprio nel caso in cui i provvedimenti amministrativi siano stati "conseguiti sulla base di false rappresentazioni dei fatti o di dichiarazioni sostitutive di certificazione e dell'atto di notorietà false o mendaci per effetto di condotte costituenti reato", seppur previo accertamento con sentenza passata in giudicato (Cons. di Stato sez. V - 15/3/2017 n. 1172).

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La nuova Circolare del Ministero dell'Interno sulle Misure di Safety e Security

La nuova circolare del 18/07/2018 del Ministero dell'Interno n. 11001/1/110(10), sulle misure di safety e security da adottare nelle manifestazioni pubbliche. La Circolare contiene l'unito documento recante "linee guida per l'individuazione delle misure di contenimento del rischio in manifestazioni pubbliche con peculiari condizioni di criticità", che sostituisce le Linee guida allegate alla circolare del 28 luglio 2017.

Secondo il comunicato del Ministero dell'Interno "è stato svolto un intervento di semplificazione, che riconosce centralità all'amministrazione comunale e al sindaco per garantire adeguati standard di sicurezza nell'organizzazione di eventi senza eccessi di burocrazia. Le nuove indicazioni operative, intendono assicurare un "approccio flessibile" alla gestione del rischio, parametrando le misure cautelari rispetto alle "vulnerabilità" legate a ciascun evento. L'obiettivo è quello di superare le criticità applicative delle precedenti direttive rendendo le prescrizioni maggiormente conformi alle peculiarità del territorio e delle manifestazioni programmate a livello locale".

Immobili destinati a luoghi di culto

Il T.A.R. Lombardia si pronuncia sui mutamenti di destinazione d'uso di immobili, in luoghi di culto.

Secondo il T.A.R. Lombardia sentenza 254/2018, un immobile è da considerarsi moschea, anche quando il medesimo non viene impiegato prevalentemente per la preghiera, ma anche quando viene utilizzato prevalentemente per attività di carattere culturale (insegnamento della lingua italiana ed araba, lezioni di corano, organizzazione e celebrazione delle principali festività etc), mentre l'attività di tipo religioso (preghiera) può assumere carattere secondario, concentrandosi per lo più nella giornata di venerdì. "Si tratta, però, in realtà, di quelle attività che sono propriamente esercitate nella moschea e cioè (in base alle concordi definizioni di tutti i principali dizionari) in quel complesso architettonico che è destinato sia al culto per la preghiera del venerdì, che all'insegnamento religioso, nonché, specie in passato, alle varie esigenze della vita pubblica e comunitaria" Per questa ragione si configura nella fattispecie la violazione di cui all'art.52 comma 3 bis, secondo cui "I mutamenti di destinazione d'uso di immobili, anche non comportanti la realizzazione di opere edilizie, finalizzati alla creazione di luoghi di culto e luoghi destinati a centri sociali, sono assoggettati a permesso di costruire". Nella fattispecie il mutamento di destinazione d'uso dell'immobile in moschea era avvenuto in assenza di titolo abilitativo, per cui è da considerarsi legittima l'ordinanza di rimessa in pristino della destinazione d'uso originaria ad uso uffici, dell'immobile.

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Contrasto alla ludopatia

L'articolo 9 del D.L. 12-7-2018 n. 87, prevede misure per il contrasto alla ludopatia.

L'articolo è stato inserito nel più ampio provvedimento riguardante le "Disposizioni urgenti per la dignità dei lavoratori e delle imprese".

Art. 9. Divieto di pubblicità giochi e scommesse

1. Ai fini del rafforzamento della tutela del consumatore e per un più efficace contrasto alla ludopatia, fermo restando quanto previsto dall'articolo 7, commi 4 e 5, del decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189, e dall'articolo 1, commi da 937 a 940, della legge 28 dicembre 2015, n. 208, a decorrere dalla data di entrata in vigore del presente decreto è vietata qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro, comunque effettuata e su qualunque mezzo, incluse le manifestazioni sportive, culturali o artistiche, le trasmissioni televisive o radiofoniche, la stampa quotidiana e periodica, le pubblicazioni in genere, le affissioni e internet. Dal 1° gennaio 2019 il divieto di cui al presente comma si applica anche alle sponsorizzazioni di eventi, attività, manifestazioni, programmi, prodotti o servizi e a tutte le altre forme di comunicazione di contenuto promozionale, comprese le citazioni visive e acustiche e la sovraimpressione del nome, marchio, simboli, attività o prodotti la cui pubblicità, ai sensi del presente articolo, è vietata. Sono esclusi dal divieto di cui al presente comma le lotterie nazionali a estrazione differita di cui all'articolo 21, comma 6, del decreto-legge 1°luglio 2009, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, le manifestazioni di sorte locali di cui all'articolo 13 del decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 2001, n. 430, e i loghi sul gioco sicuro e responsabile dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli.

2. Fatto salvo quanto previsto dall'articolo 7, comma 6, del decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158, convertito, con modificazioni, dalla legge 8 novembre 2012, n. 189, l'inosservanza delle disposizioni di cui al comma 1, comporta a carico del committente, del proprietario del mezzo o del sito di diffusione o di destinazione e dell'organizzatore della manifestazione, evento o attività, ai sensi della legge 24 novembre 1981, n. 689, l'applicazione di una sanzione amministrativa pecuniaria commisurata nella misura del 5% del valore della sponsorizzazione o della pubblicità e in ogni caso non inferiore, per ogni violazione, a euro 50.000.

3. L'Autorità competente alla contestazione e all'irrogazione delle sanzioni di cui al presente articolo è l'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, che vi provvede ai sensi della legge 24 novembre 1981, n. 689.

4. I proventi delle sanzioni amministrative per le violazioni di cui al comma 1, compresi quelli derivanti da pagamento in misura ridotta ai sensi dell'articolo 16 della legge 24 novembre 1981, n. 689, sono versati ad apposito capitolo dell'entrata del bilancio statale e riassegnati allo stato di previsione della spesa del Ministero della salute per essere destinati al fondo per il contrasto al gioco d'azzardo patologico di cui all'articolo 1, comma 946, della legge 28 dicembre 2015, n. 208.

5. Ai contratti di pubblicità in corso di esecuzione alla data di entrata in vigore del presente decreto resta applicabile, fino alla loro scadenza e comunque per non oltre un anno dalla data di entrata in vigore del presente decreto, la normativa vigente anteriormente alla medesima data di entrata in vigore.

6. La misura del prelievo erariale unico sugli apparecchi di cui all'articolo 110, comma 6, lettera a) e lettera b), del testo unico di cui al regio decreto 18 giugno 1931, n. 773, è fissata, rispettivamente, nel 19,25 per cento e nel 6,25 per cento dell'ammontare delle somme giocate a decorrere dal 1° settembre 2018 e nel 19,5 per cento e nel 6,5 per cento a decorrere dal 1° maggio 2019.

7. Agli oneri derivanti dal comma 1, pari a 147 milioni di euro per l'anno 2019 e a 198 milioni di euro a decorrere dall'anno 2020, si provvede mediante quota parte delle maggiori entrate di cui al comma 6. 


Il reato di ricettazione

Il reato di ricettazione si configura anche quando l'elemento soggettivo è costituito dal dolo eventuale.

La seconda sezione della Cassazione penale con la sentenza 31279/2018, ribadisce che l'elemento psicologico del reato di ricettazione, può essere costituito anche dal dolo eventuale, quando l'agente, come nel caso di specie, l'imputato ricorrendo ad un acquisto in ambienti criminali, ha accettato il rischio della provenienza illecita, quale essa fosse, del documento di identità.

All'orientamento secondo il quale nel delitto ex art. 648 c.p., è ravvisabile il dolo eventuale quando la situazione fattuale sia tale da far ragionevolmente ritenere che non vi sia stata una semplice mancanza di diligenza nel verificare la provenienza della cosa, ma una consapevole accettazione del rischio che la cosa acquistata o ricevuta fosse di illecita provenienza, avevano aderito le sezioni unite della cassazione penale Sent., 30-03-2010, n. 12433.

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Le responsabilità nel caso di investimento di pedone

 La responsabilità del pedone nel caso in cui questo venga investito da un'autovettura. Il caso è stato trattato recentemente dalla cassazione civile.

Con l'ordinanza n. 17719/2018, la Cassazione Civile Ord. Sez. 3, dichiara inammissibile il ricorso avverso una sentenza della corte di merito che aveva considerato parimenti responsabili il conducente di un veicolo ed il pedone che era stato investito da quest'ultimo.

Secondo la Cassazione "costituisce elemento essenziale della valutazione della responsabilità del sinistro in oggetto, la violazione da parte del pedone, dell'art. 190, comma 1, C.d.S., in base al quale "fuori dei centri abitati i pedoni hanno l'obbligo di circolare in senso opposto di quello di marcia dei veicoli sulle carreggiate". Se viene richiesto a tutti gli utenti della strada di guidare con prudenza, anche rappresentandosi, nei limiti del ragionevole, l'anomalia delle altrui condotte, è però vero che deve essere tutelato anche l'affidamento a che gli altri utenti della strada osservino le norme di comportamento che li riguardano".

Nella fattispecie il pedone teneva inoltre una condotta considerata dalla corte di merito "negligente" camminando di notte, dando le spalle ai veicoli che sopraggiungevano ed ai margini di una strada.

In questo contesto, per la Cassazione civile, appare evidente la correttezza della decisione del Tribunale che ha ritenuto configurabile in capo al pedone un concorso di colpa nella misura del 50%.

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La circolare sul contrasto dell'abusivismo commerciale e della contraffazione

La Circolare del Ministero dell'Interno prot. 13301/110 avente per oggetto la prevenzione e il contrasto dell'abusivismo commerciale e della contraffazione. "Spiagge sicure-Estate 2018".

Nuove tariffe postali per atti giudiziari

Le nuove tariffe dei servizi postali universali tra i quali sono ricompresi: atti giudiziari, CAD e CAN - In vigore dal 3 di luglio 2018.

Spaccio di stupefacenti

La lieve entità del fatto.

La Cassazione penale, con la sentenza N. 29630/2018, conferma che la cessione di una modica quantità o di una quantità non accertata di stupefacente, se effettuata all'interno di un contesto organizzato e non occasionale di spaccio, legittima il mancato riconoscimento della lieve entità dei fatti "In materia di sostanze stupefacenti, è legittimo il mancato riconoscimento della lieve entità, di cui all'art. 73, comma quinto, D.P.R. 9 ottobre 1990, n. 309, qualora la singola cessione di una quantità modica, o non accertata, di droga costituisca manifestazione effettiva di una più ampia e comprovata capacità dell'autore di diffondere in modo non episodico, né occasionale, sostanza stupefacente. (Fattispecie in cui la Corte ha ritenuto adeguatamente motivata l'esclusione da parte del giudice di merito dell'ipotesi attenuata in ragione della capacità degli imputati di diffondere in modo non episodico né occasionale sostanza stupefacente in un determinato contesto territoriale, desunta dall'intensità del traffico, dalla pluralità di sostanze vendute, dalla sussistenza di una rudimentale organizzazione dell'attività criminale, da una numerosa e fedele clientela acquisita, e da incassi ingenti)" .

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I controlli edilizi

La scheda operativa sui controlli edilizi, aggiornata al regolamento edilizio tipo, alla modulistica unificata e standardizzata e alle modifiche e integrazioni di legge apportate al D.P.R. 380/2001.

L'autorizzazione paesaggistica semplificata

La nuova disciplina illustrata nella scheda operativa per il controlli edilizi nelle zone con vincolo paesaggistico, in allegato.

La nuova modulistica per l'invio degli atti giudiziari

La Circolare del Ministero della Giustizia che trasmette l'informativa delle Poste Italiane sulla nuova modulistica predisposta per l'invio degli atti giudiziari e delle raccomandate giudiziarie.

Omicidio stradale e lesioni personali stradali gravi o gravissime, alla guida di un veicolo, in stato di ebbrezza alcolica

I reati di omicidio stradale e di lesioni personali stradali gravi o gravissime, se commessi alla guida di un veicolo a motore, in stato di ebbrezza alcolica o di alterazione psicofisica conseguente all'assunzione di sostanze stupefacenti o psicotrope, sono da considerarsi reati complessi ai sensi dell'art. 84 comma 1 c.p.

La Cassazione penale sez. IV, con la sentenza 26857/2018, ritiene violata la disciplina codicistica del reato complesso (art. 84 cod. pen.), essendo tale il rapporto tra omicidio stradale aggravato ex art. 589-bis, comma 4, c. p., e guida in stato di ebbrezza alcoolica ai sensi dell'art. 186, comma 2, lett. b), e comma 2-bis, del d. Lgs. n. 285 del 1992. In passato prima dell'entrata in vigore della L. 41 del 2016, la giurisprudenza riteneva che concorressero il delitto di omicidio colposo e la contravvenzione di guida in stato di ebbrezza.

Ora, ove si dovesse ritenere che l'omicidio stradale e le lesioni stradali non dovessero integrare un'ipotesi di reato complesso, con assorbimento dell'ipotesi di cui all'art. 186, comma 2, del codice della strada, il medesimo fatto, sarebbe addebitato all'agente per due volte, in violazione del divieto del bis in idem sostanziale.

La S.C. ha già avuto occasione di puntualizzare alcuni aspetti che appare opportuno richiamare circa la portata del divieto del bis in idem, da ritenersi vero e proprio cardine di civiltà giuridica, poiché il divieto impedisce di addebitare all'imputato lo stesso fatto storico più volte, e ciò dal punto di vista sia sostanziale che processuale.

Nel caso in cui si contesti all'imputato di essersi, dopo il 25 marzo 2016 (data di entrata in vigore della legge n. 41 del 2016), posto alla guida di un veicolo a motore in stato di ebbrezza e di avere in tale stato cagionato, per colpa, la morte di una o più persone - ovvero lesioni gravi o gravissime alle stesse - dovrà prendersi atto che la condotta di guida in stato di ebbrezza alcoolica o in stato di alterazione psico-fisica conseguente all'assunzione di sostanza stupefacenti o psicotrope , viene a perdere la propria autonomia, in quanto circostanza aggravante dei reati di cui agli artt. 589-bis, comma 1, e 590-bis, comma 1, c. p., con conseguente necessaria applicazione della disciplina sul reato complesso ai sensi dell'art. 84, comma 1, c. p., ed esclusione invece dell'applicabilità di quella generale sul concorso di reati.

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L'ausiliario del traffico assume la qualifica di pubblico ufficiale

L'ausiliario del traffico che si trovi ad esercitare le funzioni di sua competenza, di accertamento e di contestazione delle violazioni al codice della strada, nelle aree oggetto di concessione all'impresa, da cui dipenda, di gestione dei parcheggi e delle zone immediatamente limitrofe, assume la veste di pubblico ufficiale - una recente ordinanza della cassazione penale.

La Cassazione Penale, sez. 7, nell'ordinanza n. 27649/2018, a proposito della sentenza della corte d'appello che confermava la condanna di un imputato che aveva aggredito un ausiliario del traffico nel tentativo di fargli annullare un preavviso di violazione al codice della strada, afferma che: "Là dove l'ausiliario del traffico si trovi ad esercitare le funzioni, di sua competenza, di accertamento e di contestazione delle violazioni al codice della strada nelle aree oggetto di concessione all'impresa, da cui il primo dipenda, di gestione dei parcheggi e delle zone immediatamente limitrofe, egli assume, in particolare, la veste di pubblico ufficiale nella finalità certificativa ed autoritativa dei poteri esercitati per potestà riconosciutagli per legge".

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Sicurezza urbana e manifestazioni pubbliche

                   Le slide dell'ANCI del 12 giugno 2018.

L'art. 590 bis c.p., fattispecie autonoma di reato

Il tribunale territoriale aveva assolto l'imputato per il delitto di "Lesioni personali stradali gravi o gravissime" ex art. 590 bis c.p. per mancanza della condizione di procedibilità, costituita dalla querela di parte. Nella circostanza il tribunale ha considerato la fattispecie del 590 bis c.p. come una circostanza aggravante dell'art. 590 c.p. ritenendo quindi non mutata la condizione di procedibilità.

Secondo la Cassazione penale Sez. 4 Sent n. 27425/2018, gli argomenti sviluppati nella sentenza del tribunale sono smentiti da una serie di rilievi:

In primis dal fatto che la legge n.41 del 2016, intitolata "Introduzione del reato di omicidio stradale e di lesioni personali stradali" "indica chiaramente la volontà del legislatore di introdurre nel sistema due nuove figure di reato, che descrivono condotte specifiche e specializzanti rispetto alle generiche fattispecie base e che sono state autonomamente disciplinate, con l'evidente intento di operare un efficace contrasto ai reati che conseguono a condotte di guida caratterizzate dalla violazione delle regole prudenziali della circolazione stradale e provocano un sempre crescente numero di vittime".

In secondo luogo il 590 quater c.p., menzionando il computo delle circostanze dei commi secondo, terzo, quarto, quinto e sesto dell'art. 590 bis, esclude che questa fattispecie possa essere considerata un aggravante dell'art. 590 c.p.

Da ultimo la legge n.41 del 2016, ha apportato modifiche all'art. 222 del Codice della Strada, qualificando espressamente come "reati" - e non come circostanze aggravanti - le fattispecie criminose di omicidio e lesioni stradali, facendo derivare dalla condanna o dal patteggiamento "per i reati di cui agli artt. 589-bis e 590-bis c.p." la revoca della patente di guida.

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L'accesso agli atti della polizia locale adottati a seguito dei controlli edilizi

I documenti inerenti l'attività della Polizia Locale/Municipale di accertamento di un abuso edilizio di rilevanza penale sono sottratti all'accesso fino alla definizione del procedimento penale - la recente giurisprudenza.

Un Comando della Polizia Municipale, ha eseguito un accertamento su un immobile in relazione a un pergolato in legno posizionato sulla terrazza esterna di pertinenza.

L'istanza di accesso era volta all'acquisizione di documenti inerenti l'attività della Polizia Municipale, a seguito dell'accertamento effettuato e all'attività del Comune riguardante la regolarità edilizia.

Il T.A.R. di Puglia - Lecce - Sezione seconda, con la sentenza Sent. n. 840/2018, afferma che gli atti inerenti l'attività della Polizia Municipale siano sottratti all'accesso, sino alla definizione del procedimento penale.

La giurisprudenza alla quale il T.A.R. di Puglia aderisce, ha precisato che "l'art. 24 della L. n. 241/1990, ha sancito, elevando a rango superiore un principio già introdotto a livello regolamentare: l'esclusione dell'esibizione di atti utilizzati nel corso dell'attività giudiziaria o di polizia. Essendo stata sancita con legge ordinaria la sottrazione di tali categorie di documenti alla conoscibilità degli stessi interessati, in tale prospettiva non sono ostensibili, ex artt. 114 e 329 c.p.p., gli atti afferenti ad informative penali inoltrate nei confronti degli istanti, ad eventuali indagini in corso, in quanto relative ad un (eventuale) procedimento penale e rientranti perciò nella esclusiva disponibilità dell'organo requirente procedente. La previsione in esame è infatti chiaramente finalizzata ad escludere la piena ostensibilità delle relazioni di servizio che non costituiscono atti presupposti volti all'adozione di un provvedimento amministrativo, ma piuttosto atti volti a sollecitare l'iniziativa penale da parte dell'autorità giudiziaria, e quindi atti inerenti non allo svolgimento dell'attività amministrativa, quanto alla (diversa) attività di promozione e collaborazione dell'attività di prevenzione e repressione della criminalità"

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Recinzione in muratura

Il titolo abilitativo necessario per la sua realizzazione. La più recente giurisprudenza sulla materia.

Il Tribunale Amministrativo Regionale per la Puglia Lecce - Sezione Prima con la sentenza 851/2018, si conforma all'orientamento maggioritario, secondo cui la realizzazione di una recinzione costituisce manifestazione dello ius excludendi alios e non necessita di permesso di costruire, a patto che le opere di recinzione non consistano in vere e proprie opere di muratura, in quest'ultimo caso essendosi determinata un'irreversibile trasformazione del suolo la recinzione, con muratura "in conci di tufo" dell'altezza di mt.2,00, necessita del permesso di costruire, ragione per cui la sua realizzazione, in assenza del titolo abilitativo, comporta l'adozione da parte del responsabile dell'ufficio tecnico comunale, dell'ordinanza di demolizione delle opere abusive.

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La questione di legittimità costituzionale dell'art. 7 comma 15 del codice della strada

Il giudice territoriale ha sollevato la questione di legittimità costituzionale del comma 15, dell'art. 7, del codice della strada che recita:"Nei casi di sosta vietata, in cui la violazione si prolunghi oltre le ventiquattro ore, la sanzione amministrativa pecuniaria è applicata per ogni periodo di ventiquattro ore, per il quale si protrae la violazione. Se si tratta di sosta limitata o regolamentata, la sanzione amministrativa è del pagamento di una somma da euro 25 ad euro 100 e la sanzione stessa è applicata per ogni periodo per il quale si protrae la violazione", nella parte in cui differenzia gli importi fra la protrazione della sosta, oltre l'orario consentito e la protrazione della sosta vietata.

La Corte Costituzionale nella sentenza 111/2018, ritiene infondata la questione di legittimità costituzionale, in quanto nella sosta limitata o regolamentata, i regolamenti comunali disciplinano la sosta, autorizzandola in determinate fasce orarie della giornata, nelle quali sono vigenti i limiti imposti per tale modalità di sosta. Pertanto è ragionevole riferire il "periodo" di cui al comma 15 dell'art. 7 del codice della strada, alla protrazione della sosta oltre la fascia di vigenza giornaliera o infragiornaliera della sosta, limitata o regolamentata, come determinata dai regolamenti comunali, in quanto non è la concreta specifica limitazione del disco orario o della regolamentazione tariffaria selezionata dall'utente, a determinare il periodo oltre il quale deve essere irrogata la sanzione, bensì la protrazione oltre la fascia oraria della sosta limitata o regolamentata, cioè oltre il complessivo periodo fissato dai regolamenti comunali che comporta l'operatività di tali limitazioni.

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Il trattamento dei dati personali per finalità di polizia, il D.Lgs. 51/2018, attuativo della direttiva europea 2016/680

Il D.Lgs n. 51/2018 (entrato in vigore l'8 giugno 2018), attuativo della Direttiva comunitaria 2016/680, sul trattamento dei dati personali da parte delle autorità competenti, a fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzione di sanzioni penali.

Il Decreto Legislativo 51/2018, in attuazione della Direttiva direttiva (UE) 2016/680, parallela al Regolamento Europeo 2016/679, relativo alla protezione delle persone fisiche, riguardo al trattamento dei dati personali, entrato in vigore il 25 maggio scorso, al quale si ispira nell'impostazione e nei singoli istituti, disciplina il trattamento e la protezione dei dati personali, ai fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzione di sanzioni penali, riguardando esclusivamente quindi l'attività di polizia giudiziaria. Le amministrazioni comunali, dovranno quindi adeguare le proprie procedure di trattamento e protezione dei dati, sia in funzione del nuovo regolamento europeo, sia riguardo la disciplina specifica di polizia giudiziaria che interessa il settore della Polizia Locale, distinguendo la titolarità del trattamento che, per la particolarità delle informazioni gestite ed elaborate, deve essere separata da quella relativa agli altri dati trattati dall'Ente.

In particolare il titolare del trattamento e il responsabile del trattamento, per l'attività riguardante gli aspetti penali, dovranno tenere in forma scritta o anche in formato elettronico specifici e separati registri delle attività di trattamento.

Il Capo I (artt. da 1 a 8) detta le disposizioni generali. Definisce l'ambito di applicazione del Decreto e le necessarie definizioni. Individua i principi cui il trattamento deve tendere: liceità e correttezza; determinatezza e legittimità; adeguatezza; esattezza.

Il Capo II (artt. da 9 a 14) riguarda i diritti dell'interessato. In particolare le informazioni da fornire o rendere disponibili all'interessato; l'esercizio del diritto di accesso e le sue limitazioni; la verifica del garante.

Il Capo III del Decreto (artt. da 15 a 30) regola gli obblighi del titolare e del responsabile del trattamento; i registri delle attività di trattamento; le regole di registrazione; la consultazione preventiva del garante; la sicurezza del trattamento; la comunicazione di una violazione di dati personali all'interessato; la nomina del responsabile della protezione dati.

Si deve segnalare poi l'art. 47 che riguarda le forze di polizia, (non includendovi quindi la polizia locale), che regolamenta l'importante materia delle modalità di trattamento dei flussi di dati a disposizione delle forze di polizia.

Infine Il D.Lgs 51/2018, stabilisce che l'articolo 57 del Codice è abrogato decorso un anno dalla data di entrata in vigore del decreto (quindi dal 8 giugno 2019) e che i decreti adottati in attuazione degli articoli 53 e 57 del Codice, continuano ad applicarsi fino all'adozione di diversa disciplina, rimanendo quindi in vigore il D.P.R. 15 gennaio 2018, n. 15.

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I finanziamenti per l'installazione dei sistemi di videosorveglianza previsti nell'ambito dei patti per la sicurezza urbana

I fondi per l'installazione dei sistemi di videosorveglianza per sostenere gli oneri sopportati dai comuni per l'installazione dei sistemi di videosorveglianza, previsti nell'ambito dei patti per la sicurezza urbana sottoscritti tra i prefetti e i sindaci, ai sensi dell'art. 5, comma 2, lettera a) del D.L. 20-2-2017 n. 14 - la Circolare n. 600/A/TLC/0003795/18 del 10 maggio 2018 del Ministero dell'Interno.

La definizione delle modalità di presentazione delle richieste di ammissione ai finanziamenti da parte dei comuni è stabilita dal Decreto del Ministero dell'Interno del 31 gennaio 2018.

La scadenza per la presentazione delle richieste da parte dei comuni, ai fini dell'ammissione al finanziamento è il 30 giugno 2018.

La circolare puntualizza in particolare due dei requisiti (previsti dal Decreto 31 gennaio 2018) richiesti per l'ammissione al finanziamento:

- la preventiva sottoscrizione, da parte del Comune interessato, di uno specifico "Patto per la sicurezza" che individui come obiettivo prioritario l'installazione di sistemi di videosorveglianza in determinate aree;

- e che i progetti siano stati preventivamente approvati in sede di «Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica», in quanto conformi alle caratteristiche prescritte dalle vigenti direttive impartite dal Ministero dell'Interno.

MIT l'ultima circolare esplicativa sull'utilizzo delle targhe di prova

La circolare 12978 del 30-05-2018, esplicativa sull'utilizzo dell'autorizzazione alla circolazione ed all'utilizzo delle targhe di prova, da parte di operatori professionali, su veicoli già immatricolati, ai sensi del D.P.R. 474/2001.

La nuova normativa sulla privacy

Il nuovo Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali e Il D. Lgs 51/2018, in attuazione della Direttiva comunitaria 2016/680 - Gli aspetti della normativa che riguardano la P.L.

Da un lato abbiamo il nuovo Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali, che introduce importanti novità anche per gli enti locali e quindi anche per la polizia locale, per i procedimenti amministrativi di sua competenza. Il regolamento è entrato in vigore il 25/05/2018.

Pur essendo il Regolamento Generale sulla Protezione dei dati personali (di seguito indicato RGPD) direttamente applicabile, per un adeguamento coerente dell'intera disciplina, prevista dal provvedimento, occorrerà comunque attendere, per alcuni aspetti, l'emanazione di decreti legislativi e le indicazioni del Garante Privacy.

Le principali novità del RGPD che devono essere subito adottate sono:

- l'istituzione della figura obbligatoria del Responsabile della protezione dei dati, incaricato di assicurare una gestione corretta dei dati personali negli enti. La figura può essere individuata tra il personale dipendente in organico, oppure con affidamento all'esterno, in base a un contratto di servizi;

- l'introduzione del Registro delle attività del trattamento, in cui sono descritti i trattamenti effettuati e le procedure di sicurezza adottate dall'ente;

- La notifica delle violazioni dei dati personali che, a norma di Regolamento, dovrà essere effettuata all'Autorità di controllo preposta entro 72 ore. E' definita dagli artt. 33 e 34 del Regolamento, consiste in qualunque avvenimento che potrebbe mettere a rischio i dati personali in possesso del titolare del trattamento.

- l'obbligo per gli enti, prima di procedere al trattamento, di effettuare una valutazione di impatto sulla protezione dei dati. Tale adempimento è richiesto quando un tipo di trattamento può presentare un rischio elevato per i diritti e le libertà delle persone fisiche ( ad es. dati ricavati dalla videosorveglianza di zone accessibili al pubblico).

Per la polizia locale sarà opportuno, sulla base del nuovo regolamento europeo, nella gestione dei verbali, delle pratiche amministrative e nella gestione ordinaria degli impianti di videosorveglianza, effettuare una verifica dei trattamenti, istituire i registri delle attività di trattamento, aggiornare le informative.

In linea generale, le novità del Regolamento europeo sulla protezione dei dati personali, riguardanti il consenso, l'adempimento degli obblighi contrattuali, gli interessi vitali della persona interessata o di terzi, gli obblighi di legge cui è soggetto il titolare, l'interesse pubblico o esercizio di pubblici poteri, l'interesse legittimo prevalente del titolare o di terzi cui i dati vengono comunicati, sono:

- Consenso: Per i dati "sensibili" il consenso deve essere "esplicito"; lo stesso dicasi per il consenso a decisioni basate su trattamenti automatizzati (compresa la profilazione). Non deve essere necessariamente "documentato per iscritto", né è richiesta la "forma scritta", anche se questa è modalità idonea a configurare l'inequivocabilmente del consenso e il suo essere "esplicito" (per i dati sensibili); inoltre, il titolare deve essere in grado di dimostrare che l'interessato ha prestato il consenso a uno specifico trattamento. Il consenso dei minori è valido a partire dai 16 anni (il limite di età può essere abbassato fino a 13 anni dalla normativa nazionale); prima di tale età occorre raccogliere il consenso dei genitori o di chi ne fa le veci.

- Interesse legittimo prevalente di un titolare o di un terzo. Il bilanciamento fra legittimo interesse del titolare o del terzo e diritti e libertà dell'interessato non spetta all'Autorità ma è compito dello stesso titolare; si tratta di una delle principali espressioni del principio di "responsabilizzazione" introdotto dal nuovo pacchetto protezione dati.

- Contenuti dell'informativa. Gli stessi sono elencati in modo tassativo negli articoli 13, paragrafo 1, e 14, paragrafo 1, del regolamento. In particolare, il titolare deve sempre specificare i dati di contatto del RPD (Responsabile della protezione dei dati), ove esistente, la base giuridica del trattamento, qual è il suo interesse legittimo se quest'ultimo costituisce la base giuridica del trattamento, nonché se trasferisce i dati personali in Paesi terzi e, in caso affermativo, attraverso quali strumenti. Il regolamento prevede anche ulteriori informazioni in quanto "necessarie per garantire un trattamento corretto e trasparente": in particolare, il titolare deve specificare il periodo di conservazione dei dati o i criteri seguiti per stabilire tale periodo di conservazione, e il diritto di presentare un reclamo all'autorità di controllo. Se il trattamento comporta processi decisionali automatizzati (anche la profilazione), l'informativa deve specificarlo e deve indicare anche la logica di tali processi decisionali e le conseguenze previste per l'interessato.

- Tempi e modalità dell'informativa. Nel caso di dati personali non raccolti direttamente presso l'interessato, l'informativa deve essere fornita entro un termine ragionevole che non può superare 1 mese dalla raccolta, oppure al momento della comunicazione dei dati (a terzi o all'interessato).

Il regolamento specifica molto più in dettaglio rispetto al Codice le caratteristiche dell'informativa, che deve avere forma concisa, trasparente, intelligibile per l'interessato e facilmente accessibile; occorre utilizzare un linguaggio chiaro e semplice, e per i minori occorre prevedere informative idonee.

L'informativa è data, in linea di principio, per iscritto e preferibilmente in formato elettronico, anche se sono ammessi "altri mezzi", quindi può essere fornita anche oralmente, ma nel rispetto delle caratteristiche di cui sopra. Il regolamento ammette, soprattutto, l'utilizzo di icone per presentare i contenuti dell'informativa in forma sintetica, ma solo "in combinazione" con l'informativa estesa; queste icone dovranno essere identiche in tutta l'Ue e saranno definite prossimamente dalla Commissione europea.

Sono inoltre parzialmente diversi i requisiti che il regolamento fissa per l'esonero dall'informativa anche se occorre sottolineare che spetta al titolare.

- Modalità per l'esercizio dei diritti. Le modalità per l'esercizio di tutti i diritti da parte degli interessati sono stabilite, in via generale, negli artt. 11 e 12 del regolamento.

Il termine per la risposta all'interessato è, per tutti i diritti (compreso il diritto di accesso), 1 mese, estendibile fino a 3 mesi in casi di particolare complessità; il titolare deve comunque dare un riscontro all'interessato entro 1 mese dalla richiesta, anche in caso di diniego.

Spetta al titolare valutare la complessità del riscontro all'interessato e stabilire l'ammontare dell'eventuale contributo da chiedere all'interessato, ma soltanto se si tratta di richieste manifestamente infondate o eccessive, ovvero se sono chieste più "copie" dei dati personali nel caso del diritto di accesso; in quest'ultimo caso il titolare deve tenere conto dei costi amministrativi sostenuti. Il riscontro all'interessato di regola deve avvenire in forma scritta anche attraverso strumenti elettronici che ne favoriscano l'accessibilità; può essere dato oralmente solo se così richiede l'interessato stesso.

La risposta fornita all'interessato non deve essere solo "intelligibile", ma anche concisa, trasparente e facilmente accessibile, oltre a utilizzare un linguaggio semplice e chiaro.

- Diritto di accesso. Il diritto di accesso prevede in ogni caso il diritto di ricevere una copia dei dati personali oggetto di trattamento. Fra le informazioni che il titolare deve fornire non rientrano le "modalità" del trattamento, mentre occorre indicare il periodo di conservazione previsto o, se non è possibile, i criteri utilizzati per definire tale periodo, nonché le garanzie applicate in caso di trasferimento dei dati verso Paesi terzi.

- Diritto di cancellazione (diritto all'oblio). Il diritto cosiddetto "all'oblio" si configura come un diritto alla cancellazione dei propri dati personali in forma rafforzata. Si prevede, infatti, l'obbligo per i titolari (se hanno "reso pubblici" i dati personali dell'interessato: ad esempio, pubblicandoli su un sito web) di informare della richiesta di cancellazione altri titolari che trattano i dati personali cancellati, compresi "qualsiasi link, copia o riproduzione". L'interessato ha il diritto di chiedere la cancellazione dei propri dati, per esempio, anche dopo revoca del consenso al trattamento.

- Diritto di limitazione del trattamento. Si tratta di un diritto diverso e più esteso rispetto al "blocco" del trattamento previsto dal Codice sulla privacy: in particolare, è esercitabile non solo in caso di violazione dei presupposti di liceità del trattamento (quale alternativa alla cancellazione dei dati stessi), bensì anche se l'interessato chiede la rettifica dei dati (in attesa di tale rettifica da parte del titolare) o si oppone al loro trattamento ai sensi dell'art. 21 del regolamento (in attesa della valutazione da parte del titolare).

E' esclusa la conservazione, ogni altro trattamento del dato di cui si chiede la limitazione è vietato a meno che ricorrano determinate circostanze (consenso dell'interessato, accertamento diritti in sede giudiziaria, tutela diritti di altra persona fisica o giuridica, interesse pubblico rilevante).

- Diritto alla portabilità dei dati. Si tratta di uno dei nuovi diritti previsti dal regolamento, anche se non è del tutto sconosciuto ai consumatori (si pensi alla portabilità del numero telefonico).

Non si applica ai trattamenti non automatizzati (quindi non si applica agli archivi o registri cartacei) e sono previste specifiche condizioni per il suo esercizio; in particolare, sono portabili solo i dati trattati con il consenso dell'interessato o sulla base di un contratto stipulato con l'interessato (quindi non si applica ai dati il cui trattamento si fonda sull'interesse pubblico o sull'interesse legittimo del titolare, per esempio), e solo i dati che siano stati "forniti" dall'interessato al titolare.

Inoltre, il titolare deve essere in grado di trasferire direttamente i dati portabili a un altro titolare indicato dall'interessato, se tecnicamente possibile.

- Titolare, responsabile, incaricato del trattamento. Il regolamento: • disciplina la contitolarità del trattamento e impone ai titolari di definire specificamente (con un atto giuridicamente valido ai sensi del diritto nazionale) il rispettivo ambito di responsabilità e i compiti con particolare riguardo all'esercizio dei diritti degli interessati, che hanno comunque la possibilità di rivolgersi indifferentemente a uno qualsiasi dei titolari operanti congiuntamente; • fissa più dettagliatamente le caratteristiche dell'atto con cui il titolare designa un responsabile del trattamento attribuendogli specifici compiti: deve trattarsi, di un contratto (o altro atto giuridico conforme al diritto nazionale) e deve disciplinare tassativamente almeno le materie riportate al paragrafo 3 dell'art. 28 al fine di dimostrare che il responsabile fornisce "garanzie sufficienti" - quali, in particolare, la natura, durata e finalità del trattamento o dei trattamenti assegnati, e categorie di dati oggetto di trattamento, le misure tecniche e organizzative adeguate a consentire il rispetto delle istruzioni impartite dal titolare e, in via generale, delle disposizioni contenute nel regolamento; • consente la nomina di sub-responsabili del trattamento da parte di un responsabile, per specifiche attività di trattamento, nel rispetto degli stessi obblighi contrattuali che legano titolare e responsabile primario; quest'ultimo risponde dinanzi al titolare dell'inadempimento dell'eventuale sub-responsabile, anche ai fini del risarcimento di eventuali danni causati dal trattamento, salvo dimostri che l'evento dannoso "non gli è in alcun modo imputabile"; • prevede obblighi specifici in capo ai responsabili del trattamento, in quanto distinti da quelli pertinenti ai rispettivi titolari. Ciò riguarda, in particolare, la tenuta del registro dei trattamenti svolti; l'adozione di idonee misure tecniche e organizzative per garantire la sicurezza dei trattamenti; la designazione di un RPD-DPO.

- Registro dei trattamenti. Tutti i titolari e i responsabili di trattamento, eccettuati gli organismi conmeno di 250 dipendenti ma solo se non effettuano trattamenti a rischio (si veda art. 30, paragrafo 5), devono tenere un registro delle operazioni di trattamento i cui contenuti sono indicati all'art. 30. Si tratta di uno strumento fondamentale non soltanto ai fini dell'eventuale supervisione da parte del Garante, ma anche allo scopo di disporre di un quadro aggiornato dei trattamenti in essere all'interno di un'azienda o di un soggetto pubblico - indispensabile per ogni valutazione e analisi del rischio. Il registro deve avere forma scritta, anche elettronica, e deve essere esibito su richiesta al Garante.

- Misure di sicurezza. Le misure di sicurezza devono "garantire un livello di sicurezza adeguato al rischio" del trattamento; in questo senso, la lista di cui al paragrafo 1 dell'art. 32 è una lista aperta e non esaustiva. Per lo stesso motivo, non potranno sussistere dopo il 25 maggio 2018 obblighi generalizzati di adozione di misure "minime" di sicurezza poiché tale valutazione sarà rimessa, caso per caso, al titolare e al responsabile in rapporto ai rischi specificamente individuati come da art. 32 del regolamento. E' possibile anche aderire a specifici codici di condotta o a schemi di certificazione per attestare l'adeguatezza delle misure di sicurezza adottate.

Tuttavia, l'Autorità potrà valutare la definizione di linee-guida o buone prassi sulla base dei risultati positivi conseguiti in questi anni; inoltre, per alcune tipologie di trattamenti (quelli di cui all'art. 6, paragrafo 1, lettere c) ed e) del regolamento) potranno restare in vigore le misure di sicurezza attualmente previste attraverso le disposizioni di legge volta per volta applicabili: è il caso, in particolare, dei trattamenti di dati sensibili svolti dai soggetti pubblici per finalità di rilevante interesse pubblico nel rispetto degli specifici regolamenti attuativi, laddove questi ultimi contengano disposizioni in materia di sicurezza dei trattamenti.

- Notifica delle violazioni di dati personali. A partire dal 25 maggio 2018, tutti i titolari dovranno notificare all'Autorità di controllo le violazioni di dati personali di cui vengano a conoscenza, entro 72 ore e comunque "senza ingiustificato ritardo", ma soltanto se ritengono probabile che da tale violazione derivino rischi per i diritti e le libertà degli interessati. Pertanto, la notifica all'Autorità dell'avvenuta violazione non è obbligatoria, essendo subordinata alla valutazione del rischio per gli interessati che spetta, ancora una volta, al titolare. Se la probabilità di tale rischio è elevata, si dovrà informare delle violazioni anche gli interessati, sempre "senza ingiustificato ritardo"; fanno eccezione le circostanze indicate al paragrafo 3 dell'art. 34.

Dall'altro lato, l'entrata in vigore l'8/06/2018, del D.Lgs n. 51/2018, in "attuazione della Direttiva comunitaria 2016/680 sul trattamento dei dati personali da parte delle autorità competenti a fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzione di sanzioni penali" impone alla polizia locale, per le attività di polizia giudiziaria, di seguire queste norme (vedasi l'approfondimento sopra riportato)

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Targa prova - il MIT ripristina la situazione precedente - La nuova Circolare del Ministero dell'Interno del 30/05/2018

Il MIT ripristina la situazione precedente in attesa del parere del Consiglio di Stato sulla corretta interpretazione delle norme in materia.

La nota: "In relazione alle problematiche che si stanno verificando sul territorio in sede di controlli da parte della Polizia Stradale di veicoli circolanti con targa prova intestata a concessionari o autoriparatori si è concordata con il Ministero dell'Interno la necessità di pervenire ad un chiarimento da parte del Consiglio di Stato sulla corretta interpretazione delle norme. In attesa, il Ministero dell'Interno ha assicurato che provvederà a impartire istruzioni ai propri Compartimenti affinché vengano considerate vigenti le disposizioni emanate da questo Ministero sull'argomento".

La nuova Circolare del Ministero dell'Interno 300/A/4341/18/105/20/3 del 30/05/2018.

L'utilizzo della targa di prova

Il Ministero dell'Interno con il proprio parere 300/A/2689/18/105/20/3 del 30/03/2018, rispondendo alla Prefettura di Arezzo, si pronuncia in merito alla prassi consolidata di utilizzo della targa prova su veicoli targati per cui l'autorizzazione alla circolazione di prova possa essere utilizzata dai concessionari, agenti di vendita e commercianti autorizzati di veicoli a motore, anche per veicoli ritirati in permuta, sempre per gli usi consentiti (prove tecniche, sperimentali o costruttive, dimostrazioni o trasferimenti, anche per ragioni di vendita o di allestimento), privi della mancata copertura assicurativa, a cui supplirebbe l'assicurazione della targa in prova. Il Ministero dell'interno, contrariamente a come si era espresso il Ministero dei Trasporti nel 2004, con la circolare 4699/M363 del 4/02/2004, afferma che tale prassi non sia da considerarsi consentita, ritenendo che la targa di prova possa essere utilizzata solo per effettuare prove tecniche, sperimentali o costruttive, dimostrazioni o trasferimenti, anche per ragioni di vendita o di allestimento di veicoli non immatricolati, per questo richiama l'art. 1 del D.P.R. 474/2001, il quale stabilisce che "l'obbligo di munire della carta di circolazione di cui agli articoli 93, 110 e 114 del decreto legislativo 30 aprile 1992, n. 285, i veicoli che circolano su strada per esigenze connesse con prove tecniche, sperimentali o costruttive, dimostrazioni o trasferimenti, anche per ragioni di vendita o di allestimento, non sussiste per i seguenti soggetti, se autorizzati alla circolazione di prova ai sensi del presente articolo". Per gli stessi motivi i veicoli in circolazione di prova, dovranno essere in regola con la revisione ex art 80 del codice della strada. Il Ministero dell'Interno richiama a tal proposito la sentenza della Cassazione civile Sez. II, Sent., 04-08-2016, n. 16310.

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L'attuazione negli enti locali del nuovo regolamento europeo sulla privacy

L'attuazione negli Enti Locali del nuovo Regolamento UE n. 679/2016 sulla protezione dei dati personali - Il quaderno dell'A.N.C.I.

Il testo del Regolamento, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale dell'Unione Europea il 4 maggio 2016, diventa definitivamente applicabile in via diretta in tutti i Paesi UE a partire dal 25 maggio 2018

Responsabilità del conducente nell'investimento di un pedone

Quando sussiste la responsabilità del conducente di un veicolo nell'investimento di un pedone - la recente giurisprudenza della Cassazione civile.

La Cassazione Civile Sez. 6, con l'Ord. Num. 12576/2018, ha rigettato il ricorso di un pedone che durante l'attraversamento della sede stradale, veniva investito da un'autovettura. Il Tribunale in appello aveva osservato che all'esito dell'espletata istruttoria, doveva ritenersi dimostrato che l'attore aveva attraversato la strada al di fuori delle strisce pedonali, senza rispettare l'obbligo di precedenza in favore della vettura e sbucando fuori all'improvviso tra alcune auto parcheggiate; per cui il conducente, la cui velocità di guida era da ritenere del tutto consona al contesto, nulla aveva potuto fare per impedire il contatto, che era avvenuto tra la spalla sinistra del pedone e lo specchietto retrovisore destro dell'automobile.

Sostiene il ricorrente (pedone), che la sentenza avrebbe errato nel porre a suo carico l'intera responsabilità del sinistro, posto che la conducente della vettura non avrebbe dimostrato di aver fatto tutto il possibile per evitare il danno; l'eventuale scorrettezza da parte del pedone, infatti, non fa venire meno la responsabilità (eventualmente concorrente) del conducente investitore.

È stato però anche di recente ribadito che in materia di responsabilità civile da sinistri derivanti dalla circolazione stradale, in caso di investimento di pedone la responsabilità del conducente è esclusa quando risulti provato che non vi era, da parte di quest'ultimo, alcuna possibilità di prevenire l'evento, situazione ricorrente allorché il pedone abbia tenuto una condotta imprevedibile ed anormale, e quindi l'automobilista si sia trovato nell'oggettiva impossibilità di avvistarlo e comunque di osservarne tempestivamente i movimenti. Tanto si verifica quando il pedone appare all'improvviso sulla traiettoria del veicolo che procede regolarmente sulla strada, rispettando tutte le norme della circolazione stradale e quelle di comune prudenza e diligenza, come nella fattispecie trattata dalla Cassazione civile in questa ordinanza. In particolare il Tribunale aveva sottolineato la rapidità ed imprevedibilità dell'attraversamento compiuto dal pedone, tale da impedire al conducente una qualsiasi manovra che evitasse l'impatto.

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Le nuove disposizioni sulla revisione dei veicoli 

Il 20 maggio 2018 è entrato in vigore il nuovo decreto del Ministro delle infrastrutture e dei trasporti 19 maggio 2017, n. 214 che sostituisce il precedente decreto n. 408/98.

Con il nuovo decreto è stata recepita la direttiva 2014/45/UE, relativa ai controlli periodici dei veicoli a motore e dei loro rimorchi.

Una prima novità è relativa alla previsione della revisione periodica dei rimorchi di massa massima autorizzata non superiore a 3,5 tonnellate (cat. O1 e O2), la cui revisione era stata in passato affidata a singoli provvedimenti non ripetuti nel tempo.

L'abrogato D.M. n. 408 non prendeva in considerazione i rimorchi di massa massima autorizzata non superiore a 3,5 t. che con il nuovo decreto, dal 20 maggio 2018, sono soggetti a revisioni periodica (entro il quarto anno dalla prima immatricolazione e successivamente, entro due anni dalla precedente revisione).

Per tale categoria di veicoli, la revisione era stata disposta tramite appositi decreti annuali di cui l'ultimo risulta essere stato il D.M. 21 dicembre 1998 che regolamentava l'anno 1999. Per l'anno 2000 la revisione di tale categoria era stata disposta con circolare prot. n. 1334/4383/CG (C1) del 2 dicembre 1999. Successivamente, sia per il 2001, sia per il 2002, non si sono avuti atti del Ministero che ne disponessero la presentazione alla visita tecnica. Nel 2003 è stato emanato il decreto ministeriale 17 gennaio 2003 che ha regolamentato nuovamente la revisione dei rimorchi di m.c.p.c inferiore a 3,5 t.

Al termine della visita di revisione, sarà rilasciata copia del certificato di revisione, contenenti gli elementi minimi previsti dall'allegato 2 al decreto 214/2018 che sono:

1) numero di identificazione del veicolo (numero VIN o numero di telaio); 2) targa di immatricolazione del veicolo e simbolo dello Stato di immatricolazione; 3) luogo e data del controllo; 4) lettura del contachilometri al momento del controllo, se disponibile; 5) categoria del veicolo, se disponibile; 6) carenze individuate e livello di gravità; 7) risultato del controllo tecnico; 8) data del successivo controllo tecnico o scadenza del certificato attuale, se questa informazione non è fornita con altri mezzi; 9) nome dell'organismo che effettua il controllo e firma o dati identificativi dell'ispettore responsabile del controllo; 10) altre informazioni;

Nell'ipotesi di superamento con esito favorevole della visita di revisione, sarà anche rilasciato un attestato del superamento del controllo, che indica la data entro la quale deve essere effettuato il successivo controllo; sono riconosciuti gli attestati rilasciati di centri di controllo degli altri Stati membri ai veicoli immatricolati in uno Stato membro.

Il D.M. 214/2017, prevede che durante la revisione si procede al controllo e alla lettura del contachilometri.

Se la revisione ha avuto esito negativo, viene consentita la circolazione del veicolo fini ad un mese dalla data di annotazione sulla carta di circolazione dell'avvenuto controllo. Viene scritta sulla carta di circolazione, l'apposita dicitura "revisione da ripetere". Deve però avvenire il ripristino della prescritta efficienza.

Per le anomalie che compromettono la sicurezza della circolazione o determinino inquinamento atmosferico o acustico viene scritto sulla carta di circolazione "revisione da ripetere, veicolo sospeso dalla circolazione fino a nuova visita con esito favorevole". In questo caso il veicolo potrà circolare solo per essere condotto in officina.

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Trattamento e circolazione dei dati personali a fini di pubblica sicurezza e penali

Approvato in via definitiva dal C.d.M il Decreto legislativo in attuazione della direttiva (UE) 2016/680 del Parlamento europeo e del Consiglio del 27 aprile 2016, relativa alla protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali da parte delle Autorità competenti a fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzione di sanzioni penali, nonché alla libera circolazione di tali dati.

Secondo il comunicato ufficiale "Il decreto regolamenta il trattamento dei dati personali per finalità di prevenzione e repressione di reati, esecuzione di sanzioni penali, salvaguardia contro le minacce alla sicurezza pubblica e prevenzione delle stesse, da parte sia dell'autorità giudiziaria, sia delle forze di polizia.

Si tratta di un testo unitario, dedicato alla complessiva disciplina del trattamento di dati personali in ambito penale, con l'obiettivo di creare un vero e proprio statuto, contenente principi generali di regolamentazione della materia e disposizioni di dettaglio nei vari settori in cui si può articolare il trattamento dei dati personali. La nuova normativa supera e sostituisce in gran parte quella attualmente contemplata nei titoli primo e secondo della parte seconda del Codice sul trattamento dei dati personali di cui al decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, dedicate a specifici settori, in particolare quello giudiziario e quello dei trattamenti da parte delle forze di polizia.

In particolare, il testo prescrive che i dati siano conservati per il tempo necessario al conseguimento delle finalità per le quali sono trattati, sottoposti a esame periodico per verificarne la persistente necessità di conservazione e cancellati o anonimizzati una volta decorso tale termine e introduce una nuova disciplina riguardo alla differenziazione tra categorie di dati (fondati su fatti ovvero su valutazioni) e di interessati, in ragione della loro specifica posizione processuale.

Inoltre, riguardo ai diritti dell'interessato (ricezione di informazioni, accesso, rettifica, cancellazione, limitazione del trattamento), il testo prevede che rispetto ai dati personali contenuti in una decisione giudiziaria, in atti o documenti oggetto di trattamento nel corso di accertamenti o indagini, nel casellario giudiziale o in un fascicolo oggetto di trattamento nel corso di un procedimento penale o in fase di esecuzione penale, l'esercizio di tali diritti è regolato dalle disposizioni normative che disciplinano tali atti e procedimenti. In ambito giudiziario, la tutela degli interessati è quindi assicurata, per le parti, dalle garanzie che riconoscono i diritti di difesa all'interno del procedimento penale, anche con riguardo ai dati personali necessariamente oggetto di trattamento, assicurando quindi la possibilità di limitare l'esercizio dei diritti dell'interessato, conformemente alle esigenze di prevenzione, di indagine e processuali. Per garantire i diritti in ambito giudiziario anche con riferimento ai terzi, si è previsto uno speciale procedimento attraverso il quale qualsiasi interessato, durante il procedimento penale o dopo la sua definizione, può chiedere la rettifica, la cancellazione o la limitazione dei dati personali che lo riguardano.

In materia di sicurezza del trattamento, si prevede come obbligatoria anche per l'autorità giudiziaria la nomina del responsabile della protezione dati, in ragione dell'ausilio che tale figura può fornire nella gestione di trattamenti complessi e spesso inerenti dati sensibili, quali appunto quelli svolti in sede giurisdizionale. Per quanto riguarda i trasferimenti di dati personali verso Paesi terzi o organizzazioni internazionali, si stabilisce che esso sia consentito solo nei confronti delle autorità competenti e per le finalità di pubblica sicurezza oggetto della direttiva e in presenza di specifiche condizioni, tra cui l'adozione, da parte della Commissione dell'Unione europea, di una decisione di adeguatezza o, in mancanza, vi siano garanzie adeguate.

Il decreto individua nel Garante nazionale l'autorità deputata a vigilare sul rispetto delle norme attuative della direttiva in funzione della tutela dei diritti e delle libertà fondamentali delle persone fisiche, coinvolte dalle attività di trattamento di dati personali, escludendo il potere di controllo del Garante in ordine al trattamento svolto dall'autorità giudiziaria nell'esercizio delle funzioni giurisdizionali, comprese quelle del pubblico ministero. Infine, per quanto riguarda la violazione delle nuove norme, il testo prevede sanzioni amministrative (che nei casi più gravi possono estendersi da 50.000 a 150.000 euro) per le violazioni inerenti alle modalità del trattamento e introduce sanzioni penali per il trattamento operato con finalità illegittime".

Abbattimento delle barriere architettoniche

Gli interventi finalizzati all'abbattimento delle barriere architettoniche si possono realizzare in deroga alle norme sulle distanze previste dai regolamenti edilizi, tranne il limite stabilito dagli articoli 873 e 907 del codice civile. Lo ha indicato il TAR Lombardia in una sentenza da poco pubblicata.

I motivi della mancata contestazione immediata

Non è sempre necessario indicare nel verbale i motivi della che hanno reso impossibile la contestazione immediata. Una fattispecie recentemente trattata dalla Cassazione civile.

La Cassazione Civile Sez. 2 con l'Ordinanza N. 11301/2018, respinge il ricorso della parte avverso la sentenza di Tribunale che investito dell'Appello dalla Prefettura, aveva ritenuto che nella fattispecie i motivi della mancata contestazione immediata, pur se non indicati, erano impliciti nell'accertamento.

La parte aveva ricevuto la notifica di verbali di accertamento di illecito amministrativo dalla Direzione Provinciale del Lavoro, per avere commesso una pluralità di violazioni in materia di tempi di guida, riposo e interruzione di cui al regolamento CE n. 561/2006.

Il Prefetto ha rigettato il ricorso e ha emesso ordinanza ingiunzione di pagamento, che è stata impugnata dalla parte davanti al giudice di pace.

Il giudice di pace ha annullato il provvedimento in base al rilievo che le violazioni furono contestate solo con la notificazione del verbale, nel quale, però, non erano indicate le ragioni che avevano impedito la contestazione immediata.

il Tribunale, investito dell'appello della Prefettura, è stato di contrario avviso, ritenendo che le ragioni che rendevano impossibile la contestazione immediata erano insite nella natura stessa delle violazioni, il cui riscontro poteva avvenire solo in seguito all'esame dei dati scaricati dal cronotachigrafo digitale da parte dell'autorità di controllo e riteneva ancora che le ragioni giustificative della contestazione differita risultavano implicitamente da quella parte del verbale in cui si evidenziava, seppure per diversa finalità, che le violazioni erano state accertate a seguito del controllo della carta tachigrafica.

La Suprema Corte, posta la premessa «che la violazione delle norme del codice della strada deve essere contestata immediatamente (ex art. 200, primo comma, del d.lgs. n. 285 del 1992) e che l'indebita omissione di tale adempimento rende illegittimi i successivi atti del procedimento sanzionatorio», ha chiarito che «per valutare se, nel caso concreto, la contestazione immediata fosse o meno possibile deve aversi riguardo alla natura dell'infrazione contestata e ad ogni altro elemento desumibile dal verbale di accertamento, il quale deve essere preso in considerazione nella sua globalità e non solo nella parte specificamente destinata ad esplicitare la ragioni che, a giudizio dei verbalizzanti, avevano impedito la contestazione immediata della sanzione, e tenendo conto delle modalità con le quali il servizio di vigilanza era stato, nel caso di specie, concretamente organizzato dall'amministrazione» (Cass. n. 24835/2005).

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La contraffazione della targa automobilistica

La contraffazione della targa automobilistica ed il suo utilizzo. La recente giurisprudenza.

Con sentenza la Corte di Appello di Milano, ha confermato l'affermazione di responsabilità penale di un imputato, in relazione al reato di cui agli artt. 477 e 482 c. p., per avere contraffatto le targhe di un autovettura, applicando del nastro adesivo di colore nero in modo da trasformare il CR...CM in 0R...0M, riconoscendo la continuazione con i reati giudicati con sentenza del Gip del Tribunale, lo aveva condannato per il reato di rapina commesso ai danni di una prostituta a bordo della vettura con le targhe falsificate.

La condotta tipica descritta dall'art. 100, comma 14, codice della strada, prevede due fattispecie: 1) la falsificazione, manomissione o alterazione di targhe; 2) l'uso di targhe manomesse, falsificate o alterate.

La prima specie di condotte, rientranti nel concetto generale di contraffazione, viene integrata dalla modifica degli estremi della targa originaria (es. scambiando l'ordine delle cifre), dalla creazione di una targa per imitazione, dalla sostituzione di una targa vera con altra contenente estremi diversi (Sez. 5, 30 marzo 1979, n. 3203).

La seconda condotta, invece, riguarda le ipotesi in cui l'autore non abbia partecipato al reato presupposto consistente nella contraffazione della targa, ma ne abbia fatto uso.

Mentre l'illecito amministrativo concerne la circolazione con targa non propria o contraffatta (nel caso in cui il conducente non sia autore della contraffazione), l'illecito penale concerne la contraffazione o alterazione della targa o l'uso della targa alterata; ipotesi, quest'ultima, ricorrente nella fattispecie.

La modalità della contraffazione, posta in essere mediante applicazione di nastro adesivo sui dati identificativi, in modo da alterarli (e non coprirli), integra una modificazione durevole della targa, che impedisce l'identificazione del veicolo, se non vi sia una rimozione delle strisce apposte; e l'alterazione ricorre anche se non è materialmente definitiva (Sez. 5, n. 25766 del 07/04/2015).

Nel caso in esame, la qualificazione giuridica appare esente da censure, in quanto l'imputato non si è limitato a circolare con targa originale ma coperta parzialmente, ma ha fatto uso di una targa da lui stesso alterata, in quanto, mediante applicazione del nastro adesivo, aveva modificato i dati identificativi del veicolo.

Se la grossolanità della contraffazione, che dà luogo al reato impossibile, si verifica solo quando il falso sia ictu oculi riconoscibile da qualsiasi persona di comune discernimento ed avvedutezza e non si debba far riferimento né alle particolari cognizioni ed alla competenza specifica di soggetti qualificati, né alla straordinaria diligenza di cui alcune persone possono esser dotate, la sentenza d'appello ha escluso la grossolanità della alterazione, evidenziando, con apprezzamento immune da censure, che gli agenti che avevano accertato la manomissione della targa erano dotati di specifiche competenze professionali, mentre, al contrario, l'alterazione era idonea a trarre in inganno qualsiasi osservatore medio.

Per i motivi su indicati la V sezione della Cassazione Penale con la sentenza n. 20799/2018 ha respinto il ricorso dell'imputato.

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Le dichiarazioni spontanee ex art. 350 comma 7 c.p.p.

Le dichiarazioni spontanee della persona nei cui confronti vengono svolte le indagini.

Come più volte affermato dalla Cassazione penale, la norma posta dall'art. 350, comma 7, c.p.p., fa eccezione alle disposizioni più generali poste dai commi precedenti dello stesso articolo, in particolare quelle secondo cui le notizie assunte sul luogo o nella immediatezza del fatto da persona nei cui confronti vengono svolte indagini senza la presenza del difensore possono essere utilizzate solo ai fini della immediata prosecuzione delle indagini, mentre ne è vietata ogni documentazione e ogni altra utilizzazione.

La disposizione dell'art. 350, comma 7, c.p.p., in quanto norma eccezionale, non è suscettibile di applicazione analogica e deve essere soggetta ad una interpretazione restrittiva. Tale disciplina può, pertanto, trovare applicazione soltanto quando si tratti effettivamente, nel caso concreto, di dichiarazioni "spontanee", ossia rese dalla persona nei cui confronti vengono svolte le indagini spontaneamente e non già a seguito di sollecitazioni o domande della polizia giudiziaria.

Nel disegno del codice di procedura penale le dichiarazioni spontanee non sono, infatti, "sollecitate" dall'inquirente, ma frutto della esclusiva iniziativa della persona sottoposta ad indagini ed esulano, in ragione della propria spontaneità, dallo schema domanda-risposta.

Il ruolo passivo assunto in tale fase dalla polizia giudiziaria trova conferma nel termine utilizzato dal legislatore di "ricezione" e non di "assunzione", che figura negli ulteriori commi della medesima disposizione.

La deroga al sistema di garanzie previsto dai primi quattro commi all'art. 350 c.p.p. porta a ricondurre all'ambito concettuale delle dichiarazioni spontanee esclusivamente le dichiarazioni ricevute in assenza di qualsiasi "stimolazione", palese o nascosta, diretta o indiretta, da parte degli inquirenti.

Tale criterio discretivo è accolto dall'orientamento consolidato della giurisprudenza di legittimità, che afferma che l'elemento decisivo per l'applicabilità della norma speciale (o eccezionale) risiede esclusivamente nella spontaneità delle dichiarazioni, che dunque non si risolvano sostanzialmente in risposte a domande della polizia giudiziaria.

Nessun rilievo assume, invece, la circostanza che il dichiarante sia stato o meno già iscritto nel registro degli indagati, in quanto anche un soggetto sottoposto ad indagine conserva integra la facoltà di rendere spontanee dichiarazioni.

Il ricorrente deduce che tali dichiarazioni, a differenza di quanto ritenuto dai giudici di merito nel presente procedimento, non sarebbero utilizzabili nel rito abbreviato, in quanto la disciplina prevista dall'art. 63, comma 2, c.p.p. prevale su quella enunciata dall'art. 350, comma 7, c.p.p. Tale orientamento è stato espresso da alcune sentenze della giurisprudenza di legittimità ma la VI sezione della Cassazione penale, con la sent. n. 19485/2018, ritiene di aderire all'opposto e prevalente orientamento secondo il quale nel giudizio abbreviato sono utilizzabili a fini di prova le dichiarazioni spontanee rese dalla persona sottoposta alle indagini, alla polizia giudiziaria.

La disciplina dell'art. 350, comma 7, c.p.p. sul piano sistematico è, infatti, derogatoria rispetto a quella enunciata dall'art. 63, comma 2, c.p.p. e rinviene il proprio fondamento nella iniziativa libera dell'indagato di precisare la propria versione dei fatti, pur in assenza di una sollecitazione degli inquirenti. L'art. 350, comma 7, c.p.p., inoltre, espressamente limita l'inutilizzabilità delle dichiarazioni spontanee esclusivamente al dibattimento e, pertanto, implicitamente ne ammette al contrario l'utilizzo in sede cautelare e nei riti speciali a base inquisitoria.

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Provvedimenti di safety per le manifestazioni pubbliche

Linee guida per i provvedimenti di safety da adottare nei processi di governo e gestione delle pubbliche manifestazioni. Il provvedimento adottato dalla Prefettura di Roma.

Provvedimento del garante della privacy - installazione sistema di localizzazione satellitare sui veicoli in uso alla polizia locale

Verifica preliminare - Installazione di un sistema di localizzazione satellitare sui veicoli in uso alla polizia locale - Provvedimento del 29 marzo 2018.

L'omessa denuncia di reato da parte del pubblico ufficiale

Si addebita al pubblico ufficiale il reato di cui all'art. 361 c.p., consistente nell'avere omesso, in qualità di responsabile dell'Ufficio Edilizia Privata di riferire all'Autorità Giudiziaria l'accertato abuso edilizio.

Il responsabile dell'Ufficio Edilizia Privata di un Comune viene condannato per l'art. 361 c. p., per avere omesso, in qualità di pubblico ufficiale, di riferire all'Autorità Giudiziaria l'accertato abuso edilizio, costituente reato, commesso su un terreno di una proprietà, rappresentato da una tettoia aperta su due lati in muratura in territorio sottoposto a vincolo paesaggistico.

Secondo la Cassazione Penale Sez. 6, Sent. N. 17988/2018, è infondato l'assunto difensivo secondo cui non costituirebbe omissione punita dall'art. 361 c.p. la mancata comunicazione all'autorità giudiziaria delle domande di sanatoria degli abusi edilizi pervenuti alla Pubblica amministrazione, giustificata dalla prassi dell'ufficio Tecnico Comunale, che, in presenza di sanatoria di abuso edilizio, notiziava la Procura della Repubblica solo al momento del rilascio del corrispondente provvedimento amministrativo.

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La responsabilità penale degli enti

La responsabilità penale dell'ente in un caso di omicidio colposo.

La Cassazione Penale Sent. Sez. 4 N. 16713/2018, esamina la vicenda che riguarda l'infortunio mortale occorso in data 12 settembre 2008 ad un dipendente di una società, precipitato da un'altezza di dodici metri, a seguito dello sfondamento di una lastra di vetro resina posta sul tetto di un capannone ove il predetto dipendente si era portato per effettuare la manutenzione delle grondaie.

I giudici di merito individuavano plurime violazioni della normativa antinfortunistica e il nesso causale tra le stesse e l'incidente mortale e ritenevano la penale responsabilità del legale rappresentante della società e del preposto. Ritenevano poi la responsabilità da reato della società per la cd. "colpa dell'organizzazione" generica e specifica e grave negligenza nella gestione, condannando l'impresa al pagamento della sanzione pecuniaria. In particolare per aver dato disposizioni al dipendente deceduto di eseguire i lavori sistemazione delle grondaie, benché quest'ultimo non avesse mai ricevuto adeguata formazione, né fosse mai stato informato dei rischi specifici connessi allo svolgimento di lavori particolarmente pericolosi, come quelli che si effettuano in quota; con ciò violando l'obbligo che grava sul preposto, ex art. 19 lett. b) D.Lgs 81/2008, di "verificare affinché soltanto i lavoratori che hanno ricevuto adeguate istruzioni accedano alle zona che li espongono ad un rischio grave e specifico". Inoltre il preposto è stato ritenuto responsabile per non aver verificato che i pannelli in vetroresina non erano assolutamente calpestabili. L'art. 148 del D.Lgs 81/2008, prevede, infatti, che prima di procedere alla esecuzione di lavori su lucernari, tetti, coperture e simili, deve essere accertato che questi abbiano resistenza sufficiente per sostenere il peso degli operai e dei materiali di impiego. Il preposto inoltre non aveva nemmeno nominato il RSPP (Responsabile del Servizio Prevenzione e Protezione).

La Cassazione ha ritenuto priva di fondamento la tesi della mancanza del nesso causale tra il comportamento omissivo del datore di lavoro e l'intervenuto infortunio a causa del comportamento abnorme dello stesso lavoratore, non considerato nella fattispecie tale il comportamento del dipendente deceduto, considerando sussistente la colpa dell'organizzazione di impresa, con particolare riferimento alla mancata nomina del RSSP, alla omessa valutazione del rischio ed alla mancata formazione del lavoratore.

Le norme sulla prevenzione degli infortuni hanno la funzione primaria di evitare che si verifichino eventi lesivi della incolumità fisica, intrinsecamente connaturati all'esercizio dell'attività lavorativa, anche nelle ipotesi in cui siffatti rischi siano conseguenti ad eventuale imprudenza e disattenzione da parte del lavoratore subordinato. Tale conclusione è fondata sulla disposizione generale di cui all'art. 2087 c.c. e di quelle specifiche previste dalla normativa antinfortunistica, secondo le quali, il datore di lavoro o comunque la persona dallo stesso delegata, è costituito garante dell'incolumità fisica e della salvaguardia della personalità morale dei prestatori di lavoro, con la conseguenza che, ove egli non ottemperi agli obblighi di tutela, l'evento lesivo correttamente gli viene imputato in forza del meccanismo reattivo previsto dall'art. 40 c.p., comma 2.

La condotta colposa del lavoratore non esclude la responsabilità dell'imprenditore, poiché il datore di lavoro è destinatario delle norme antinfortunistiche proprio per evitare che il dipendente compia scelte irrazionali che, se effettuate, possano pregiudicarne l'integrità psico-fisica. L'imprenditore è esonerato da responsabilità soltanto nel caso in cui il comportamento del dipendente sia eccezionale, imprevedibile, tale da non essere preventivamente immaginabile. Con particolare riferimento alla sicurezza sul luogo di lavoro, la giurisprudenza di legittimità ritiene che presenti efficacia interruttiva del rapporto causale esistente tra la condotta antidoverosa del datore di lavoro e l'offesa, soltanto il comportamento abnorme del lavoratore che, per la sua stranezza e imprevedibilità, si ponga al di fuori di ogni possibilità di controllo da parte dei soggetti preposti all'applicazione delle misure di prevenzione degli infortuni sul lavoro.

Le norme sulla responsabilità degli enti, introdotte dal decreto legislativo n. 231 del 2001 ed in particolare l'art. 5 che, al comma 1, per l'imputazione della responsabilità, che nel caso di specie concerne un reato colposo di evento, individua i criteri di imputazione oggettiva dell'ente nel fatto che i reati presupposti siano commessi nell'interesse o vantaggio, anche non esclusivo, dell'ente e da persone che rivestano funzioni di rappresentanza, amministrazione, direzione o gestione (anche di fatto) oppure da dipendenti sottoposti alla direzione o vigilanza di uno dei soggetti prima indicati. L'ente non risponde se le persone predette abbiano agito nell'interesse esclusivo proprio o di terzi.

Successivamente alla sentenza delle Sezioni Unite, la IV Sezione della Cassazione penale, ha riaffermato il principio in detta sentenza indicato, secondo il quale, in materia di responsabilità amministrativa D.Lgs. n. 231 del 2001, ex art. 25 septies, l'interesse e/o il vantaggio vanno letti, nella prospettiva patrimoniale dell'ente, come risparmio di risorse economiche conseguente alla mancata predisposizione dello strumentario di sicurezza ovvero come incremento economico conseguente all'aumento della produttività non ostacolata dal puntuale rispetto della normativa "di prevenzione", precisando che nei reati colposi l'interesse/vantaggio si ricollegano al risparmio nelle spese che l'ente dovrebbe sostenere per l'adozione delle misure precauzionali, ovvero nell'agevolazione dell'aumento di produttività che ne può derivare sempre per l'ente dallo sveltimento dell'attività lavorativa "favorita" dalla mancata osservanza della normativa cautelare, il cui rispetto, invece, tale attività avrebbe "rallentato" quantomeno nei tempi.

I concetti di interesse e vantaggio, nei reati colposi d'evento, vanno riferiti alla condotta e non all'esito antigiuridico. E' questa l'unica interpretazione che non svuota di contenuto la previsione normativa e che risponde alla ragione dell'inserimento dei delitti di omicidio colposo e lesioni colpose nell'elenco dei reati riguardanti la responsabilità dell'ente, sicuramente, non rispondono all'interesse della società, o non procurano alla stessa un vantaggio, la morte o le lesioni riportate da un suo dipendente in conseguenza di violazioni di normative antinfortunistiche, mentre è indubbio che un vantaggio per l'ente possa essere ravvisato, ad esempio, nel risparmio di costi o di tempo che lo stesso avrebbe dovuto sostenere per adeguarsi alla normativa relativa alla prevenzione degli infortuni, la cui violazione ha determinato l'infortunio sul lavoro.

La IV sezione della Cassazione penale, rigetta i ricorsi della società del legale rappresentante e del preposto.

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Il decreto legislativo sulla procedibilità a querela per alcuni reati

Pubblicato su G.U. il Decreto Legislativo 10 aprile 2018, n. 36 recante le disposizioni di modifica della disciplina del regime di procedibilità (a querela di parte) per taluni reati in attuazione della delega di cui all'articolo 1, commi 16, lettere a) e b), e 17, della legge 23 giugno 2017, n. 103. Entrerà in vigore il il 9 maggio 2018.

L'inottemperanza alla comunicazione ex art. 126 bis del codice della strada

La distinzione della condotta di chi si disinteressa della richiesta di comunicare i dati del conducente rispetto a chi abbia fornito una dichiarazione di contenuto negativo. La Cassazione civile in materia.

La cassazione civile ribadisce quanto già indicato dalla Corte costituzionale con la sentenza 165/2008 secondo la quale " Resta, dunque, confermata, nell'applicazione anche del testo originario dell'art. 126-bis, comma 2, del codice della strada, la necessità di distinguere il comportamento di chi si disinteressi della richiesta di comunicare i dati personali e della patente del conducente, non ottemperando, così, in alcun modo all'invito rivoltogli (contegno per ciò solo meritevole di sanzione) e la condotta di chi abbia fornito una dichiarazione di contenuto negativo, sulla base di giustificazioni, la idoneità delle quali ad escludere la presunzione relativa di responsabilità a carico del dichiarante dovrà essere vagliata dal giudice comune, di volta in volta, anche alla luce delle caratteristiche delle singole fattispecie concrete sottoposte al suo giudizio".

Con l'ordinanza n. 09555/18, la seconda sezione civile della Cassazione, rigetta il ricorso di un Comune avverso la sentenza di appello del tribunale che aveva confermato quanto già stabilito dal giudice di pace, secondo cui è stato considerato un valido motivo di giustificazione quello del soggetto che ha comunicato che non ricordava chi era alla guida al momento dell'infrazione, in quanto la medesima era avvenuta circa quattro mesi prima ed il veicolo era utilizzato da altri tre familiari.

Di diverso orientamento è stata di recente la Cassazione civile VI sezione, con la sentenza n. 29593/2017, secondo cui il proprietario del veicolo sarebbe sempre tenuto a conoscere l'identità dei soggetti ai quali affida la conduzione e, di conseguenza, a comunicare tale identità all'autorità che gliene faccia legittima richiesta.

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Smart Road e sperimentazione di veicoli a guida automatica

Pubblicato su Gazzetta Ufficiale (18 aprile 2018) il D.M. 28-2-2018, che da il via al processo di trasformazione digitale verso le Smart Road e alle attività finalizzate alla sperimentazione ed allo sviluppo dei veicoli connessi e a guida automatica.

L'avviso della richiesta di archiviazione alla persona offesa

L'avviso alla persona offesa della richiesta di archiviazione, ex art 408 commi 2, 3 e 3 bis del c.p.p., la recente giurisprudenza.

Il caso trattato nella sentenza N. 16114/2018, riguarda il ricorso della parte offesa, avverso il decreto che dispone l'archiviazione di un procedimento penale per il reato di cui all'art. 590 c.p.

Il ricorrente eccepisce la nullità del decreto per non essere stato tempestivamente avvisato, ai sensi dell'art. 408, comma 3 bis, c.p.p., della richiesta di archiviazione depositata dal Pubblico Ministero, con conseguente violazione del diritto al contraddittorio.

Con l'introduzione del comma 3 bis, il legislatore ha predisposto la notifica dell'avviso di archiviazione, indipendentemente dall'istanza della parte, ma solo per alcune fattispecie di reato costituite dai delitti commessi con violenza alla persona e dal reato di cui all'articolo 624-bis del codice penale. La Cassazione a Sezioni Unite (Sez. Un. n. 10959, del 29/01/2016), ha chiarito che la locuzione «delitti commessi con violenza alla persona» inserita dal legislatore in sede di conversione del D.L. 93/2013, "deve essere intesa alla luce del concetto di violenza di genere, quale risulta dalle pertinenti disposizioni di diritto internazionale recepite e di diritto comunitario e ricomprende, pertanto, (oltre ai delitti che si estrinsecano in atti di violenza fisica, i delitti che si estrinsecano in atti di violenza morale, tali da cagionare una sofferenza psicologica ed emotiva e che si realizzano con minacce e con atti persecutori".

Da tale lettura interpretativa ne discende che gli atti di violenza alla persona, sia fisica che morale, devono essere necessariamente intenzionali. I reati colposi restano, pertanto, esclusi dall'area applicativa dell'art. 408, comma 3 bis, c.p.p.

Il ricorso della parte offesa viene quindi respinto.

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Utilizzo del dispositivo Telelaser per i veicoli in allontanamento

Il dispositivo Telelaser per il rilievo delle velocità dei veicoli transitanti, viene solitamente impiegato per misurare la velocità dei veicoli in avvicinamento. In questo modo la pattuglia operante è in grado di contestare immediatamente la violazione al conducente, nel caso di eccesso di velocità. Il problema si pone per le ipotesi di rilevazione della velocità per i veicoli in allontanamento. In questi casi, la sola pattuglia, non è in grado di contestare immediatamente la violazione.

Il Ministero dei Trasporti ha emesso a tal proposito il parere 9816/2017, secondo cui è possibile utilizzare dispositivi Telelaser che forniscono immagini da utilizzare come fonte di prova, per i veicoli in allontanamento, ed in questo caso la contestazione immediata non è necessaria e agli interessati sono notificati gli estremi della violazione, sussistendo l'ipotesi di cui al comma 1-bis lettera e) accertamento della violazione per mezzo di appositi apparecchi di rilevamento direttamente gestiti dagli organi di Polizia stradale e nella loro disponibilità che consentono la determinazione dell'illecito in tempo successivo poiché il veicolo oggetto del rilievo è a distanza dal posto di accertamento o comunque nell'impossibilità di essere fermato in tempo utile o nei modi regolamentari, del codice della strada.

Vige sempre naturalmente, secondo il parere del Ministero, l'obbligo di segnalare correttamente la postazione di controllo, secondo i criteri stabiliti dal D.M. 15 agosto 2007. Quindi nell'ipotesi in cui la pattuglia che presidia la postazione proceda anche al rilievo delle velocità dei veicoli in allontanamento, i segnali di indicazione dovranno esser collocati in entrambe le direzioni di marcia.

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Sfalci e potature derivanti dalla manutenzione del verde pubblico e privato

Gli sfalci e le potature provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi e aree cimiteriali, secondo la normativa europea, non sarebbero esclusi dalla nozione di rifiuto come prevede la normativa nazionale.

Il Ministero dell'Ambiente fornisce i chiarimenti in merito alla norma introdotta dalla L. 154/2016 (collegato agricoltura), che ha modificato l'art. 185 comma 1 lett. f) del Testo unico dell'ambiente, includendo al suo interno gli "sfalci e potature", provenienti dalle attività di cui all'art. 184 comma 2 lett. e) e comma 3 lett. a) e quindi anche i rifiuti vegetali provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi e aree cimiteriali.

Questa introduzione esorbita la direttiva sui rifiuti (Direttiva 2008/98/CE) che esclude dalla nozione di rifiuto oltre alle materie fecali ogni materiale agricolo o forestale naturale non pericoloso se utilizzato in agricoltura, nella silvicoltura o per la produzione di energia da tale biomassa, mediante processi o metodi che non danneggiano l'ambiente ne mettono in pericolo la salute umana, nelle quali non vi rientrano i rifiuti vegetali provenienti da aree verdi, quali giardini, parchi e aree cimiteriali.

Per questa ragione il Ministero ritiene si debba modificare la norma di diritto interna, per evitare una possibile procedura d'infrazione.

Secondo il Ministero i possibili problemi pratici che potrebbero incontrare gli operatori del settore che si occupa della manutenzione di parchi e giardini pubblici e privati, potrebbero essere risolti facendo rientrare nella qualifica di sottoprodotto le potature, le ramaglie e i residui derivanti dalla manutenzione del verde pubblico e privato, secondo quanto previsto dal D.M. 264/2016.

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Il sequestro probatorio

Il sequestro del corpo del reato ed il sequestro delle cose pertinenti al reato, le differenze spiegate in una recente sentenza, dalla Cassazione Penale.

Sul sequestro probatorio delle cose che costituiscono corpo del reato sono presenti due indirizzi:

- un primo indirizzo secondo cui il decreto di sequestro probatorio delle cose che costituiscono corpo del reato deve essere sorretto, a pena di nullità, da idonea motivazione in ordine alla sussistenza della relazione di immediatezza tra la "res" sequestrata ed il reato oggetto di indagine, non anche in ordine alla necessità di esso in funzione dell'accertamento dei fatti, poiché l'esigenza probatoria del corpo del reato è in "re ipsa", a differenza del sequestro delle cose pertinenti al reato che necessita di specifica motivazione su quest'ultimo specifico aspetto;

- un secondo indirizzo secondo cui il decreto di sequestro probatorio delle cose che costituiscono corpo del reato deve essere sorretto, a pena di nullità, da idonea motivazione in ordine al presupposto della finalità perseguita, in concreto, per l'accertamento dei fatti, potendosi tuttavia fare ricorso ad una formula sintetica nel solo caso in cui la funzione probatoria del corpo del reato sia "connotato ontologico ed immanente" del compendio sequestrato, di immediata evidenza, desumibile dalla peculiare natura delle cose che lo compongono.

La seconda sezione della Cassazione penale con la sentenza 16080/2018, aderisce al primo orientamento dichiarando inammissibile un ricorso avverso un decreto di convalida di sequestro emesso dal Pubblico Ministero, relativo alla apprensione di diverse paia di calzature sportive e di diversi supporti audiovisivi privi del marchio SIAE di cui al verbale della GdF, e motivato con la necessità di svolgere accertamenti tecnici sui beni stessi, in relazione ai reati di cui agli artt. 648 cod. pen. e 171 ter della legge 633 del 1941.

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La coltivazione della cannabis

La rilevanza penale dell'attività di coltivazione.

La Cassazione Penale Sez. 6, Sent. N. 19506/2018, conferma i principi dettati dalla giurisprudenza di legittimità, secondo i quali la coltivazione di piante da cui possono essere ricavate sostanze stupefacenti è sempre punita, a meno che, la coltivazione non sia assolutamente inidonea a mettere a repentaglio il bene giuridico protetto, risultando, in concreto, inoffensiva.

Nella fattispecie le caratteristiche della coltivazione rilevavano il carattere tutt'altro che improvvisato dell'attività, considerando il numero delle piante, descritte come rigogliose, e la correlazione con il rifornimento dell'attività di spaccio.

L'offensività della condotta va correlata all'idoneità a produrre la sostanza per il consumo, a prescindere dalla quantità di principio attivo, essendo invece rilevante la conformità al tipo botanico previsto e la sua attitudine, anche per le modalità di coltivazione, a giungere a maturazione.

Inoltre ai fini della penale rilevanza dell'attività di coltivazione, non occorre che sia dimostrata la destinazione alla cessione (Cass. Sez. U. n. 28605 del 24/8/2008).

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Il principio della riserva di codice in materia penale

Il D. Lgs 1 marzo 2018, n. 21, vigente al 6/4/2018, recante l'attuazione del principio di delega della riserva di codice nella materia penale, a norma dell'articolo 1, comma 85, lettera q), della legge 23 giugno 2017, n. 103 - Le importanti modifiche al codice penale illustrate nell'approfondimento in allegato.

Trasporto dei rifiuti non pericolosi di metalli ferrosi e non ferrosi

La circolare del Ministero dell'Interno sulle "Modalità semplificate relative agli adempimenti per l'esercizio delle attività di raccolta e trasporto dei rifiuti non pericolosi di metalli ferrosi e non ferrosi" stabilite dal D.M. pubblicato sulla G.U. n. 32 del 8/2/2018.

Il glossario per le opere di edilizia libera

E' stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 7/4/2018, il Decreto delle Infrastrutture de Trasporti, emanato, ai sensi dell'art. 1 comma 2 del D.Lgs 222/2016. Il provvedimento, fatto sostanzialmente di un solo articolo, approva il glossario unico per gli interventi di edilizia libera (opere che non richiedono alcuna comunicazione ne titolo abilitativo). Seguiranno successivi decreti per l'approvazione rispettivamente dei glossari per le opere realizzabili mediante CILA, SCIA, permesso di costruire e SCIA alternativa al permesso di costruire. Il glossario non deve essere recepito da provvedimenti regionali o comunali, ma entra in vigore subito dopo la pubblicazione del decreto, nella gazzetta ufficiale. Si tratta di un elenco "non esaustivo" composto dalle 12 categorie di intervento, previste come attività di edilizia libera,contenute nell'art. 6 del D.P.R. 380/2001 e dall'elenco di 58 tipi d'intervento inquadrati nelle specifiche categorie (ad esempio, nella categoria manutenzione ordinaria rientrano ben 25 tipi d'intervento fra i quali la pavimentazione esterna ed interna, l'opera di lattoneria, grondaie, tubi, pluviali e impianto di scarico ecc.).

L'elenco, previsto dalla disciplina del D.Lgs 222/2016 (sull'individuazione delle attività oggetto di procedimento, di comunicazione o segnalazione certificata di inizio di attività o di silenzio assenso, oppure di un titolo espresso), ha lo scopo di garantire l'omogeneità di regime giuridico per le opere, in tutto il territorio nazionale e l'agevole consultabilità ai non addetti ai lavori, grazie alla una tabella che individua la categoria di intervento a cui appartiene un'opera edilizia e il regime giuridico, essendo la definizione delle opere edilizie e dei titoli necessari per la loro realizzazione, spesso disomogenea fra le varie regioni. Il glossario dovrebbe chiudere il cerchio delle semplificazioni in materia di edilizia.

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Opere agricole e lottizzazione abusiva

La suddivisione di un terreno e la realizzazione di piccole opere utili alla coltivazione possono far presumere che vi sia l'intenzione di realizzare una lottizzazione abusiva - Un caso recentemente trattato dal Consiglio di Stato.

Il Consiglio di Stato nella sentenza 1878/2018 ha stabilito che vi sarebbe stata lottizzazione abusiva materiale coinvolgente una pluralità di soggetti, riguardo alla fattispecie in cui l'unitario appezzamento di terreno originario, perdeva progressivamente la sua primitiva connotazione agricola, attraverso la realizzazione della strada di collegamento tra i vari lotti, la quale, rispetto alla previsione cartolare contenuta negli atti di compravendita, ha poi avuto una realizzazione funzionale alla urbanizzazione; attraverso la realizzazione un manufatto di legno su fondazione di calcestruzzo, nonché una tettoia con superficie di canniccio e struttura in legno ed un volume accessorio; inoltre attraverso lavori di sbancamento e livellamento del terreno, in particolare, le fotografie degli interni del fabbricato di cui sopra, evidenziavano la presenza di impianti per la distribuzione dell'energia elettrica (comprensivi di corpi di illuminazione) e dell'acqua, ed il manufatto risultava almeno parzialmente arredato, di modo da appalesare in termini netti la sua destinazione residenziale e da imporre di escludere che questo potesse essere considerato costruzione precaria in legno, per la conduzione del fondo. L'esistenza del manufatto, con le caratteristiche appena illustrate, unitamente con le altre trasformazioni del fondo di cui si è detto, faceva apparire irrilevante che il terreno fosse anche coltivato ad orto e che fossero stati piantati degli alberi da frutto.

Il Consiglio di Stato ricorda che secondo l'art. 30, comma 1 del D.P.R. 380/2001, si ha lottizzazione abusiva materiale (sostanziale) di terreni a scopo edificatorio quando vengono iniziate opere che comportino una trasformazione urbanistica o edilizia dei terreni stessi in violazione delle prescrizioni degli strumenti urbanistici, vigenti o adottati, o comunque stabilite dalle leggi statali o regionali o senza la prescritta autorizzazione.

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Patti per l'attuazione delle sicurezza urbana e installazione dei sistemi di videosorveglianza

La Circolare Ministeriale del 28/03/2018, considerando che tra gli obiettivi prioritariamente perseguiti, il D.L. 14/2017 convertito dalla L. 48/2017, individua la prevenzione e il contrasto dei fenomeni di criminalità diffusa e predatoria attraverso l'installazione di sistemi di videosorveglianza per i quali è stata autorizzata una spesa complessiva di trentasette milioni di euro, riferita al triennio 2017/2019 e che l'impianto delineato dal legislatore pone quale base fondante di tali intese, oltre alle Linee generali per la promozione della sicurezza integrata (adottate in sede di Conferenza Unificata nella seduta del 24 gennaio 2018) specifiche Linee guida da approvare in Conferenza Stato-città e autonomie locali, stabilisce che in attesa della definizione delle suddette Linee guida in materia di sicurezza urbana si possano comunque stipulare accordi mirati con le Amministrazioni comunali interessate che prevedano un investimento nella videosorveglianza funzionale al controllo delle zone maggiormente esposte a rischi criminali.

Per la loro redazione è disponibile l'unito schema (che si trova al punto 4 della circolare cliccando sull'apposito link) predisposto dall'Ufficio per il coordinamento e la pianificazione delle Forze di polizia del Dipartimento della pubblica sicurezza, d'intesa con l'ANCI allo scopo di indirizzare e supportare la delicata attività istruttoria delle Prefetture.

Altra condizione di ammissibilità del finanziamento che va evidenziata è la preventiva approvazione del progetto di videosorveglianza in sede di Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica.

Da ultimo, la Circolare richiama l'attenzione sull'importanza della relazione prefettizia che deve accompagnare ciascuna istanza in vista della successiva valutazione da parte della Commissione incaricata.

Rilascio della licenza ex art. 88 TULPS

Rilascio della licenza ex art. 88 TULPS per l'esercizio di attività di raccolta scommesse, sale giochi con apparecchi videolottery, sale bingo. Distanze minime dai luoghi sensibili. Indicazioni operative.

Secondo la circolare ministeriale del 19-03-2018, si ritiene che in sede di rilascio della licenza ex art. 88 TULPS, la Questura debba tenere conto anche della disciplina regionale e locale in tema di distanze minime dai luoghi qualificati come "sensibili".

Guida applicativa del garante della privacy

Guida all'applicazione del Regolamento Europeo in materia di protezione dei dati personali. Edizione aggiornata al Febbraio 2018.

Lo sgombero degli immobili dichiarati inagibili

La dichiarazione di inagibilità sulla base degli artt. 26 D.P.R. 380/2001, 222 del R.D. 1265/1934, adottate con ordinanza contingibile ed urgente ex art. 54 TUEL, può avvenite quando l'immobile è stato colpito da eventi naturali come il sisma, oppure subisce un incendio che ne compromette le parti strutturali, o ancora nel corso degli anni viene totalmente trascurato nella manutenzione dal proprietario e subisce cedimenti strutturali alle parti essenziali che posso causale grave pericolo alla pubblica incolumità (questa fattispecie si può verificare per vecchi casolari o immobili del centro storico molto datati che pur non subendo eventi calamitosi, non sono stati sottoposti nel corso degli anni ad interventi di manutenzione).

Il sopralluogo e la conseguente dichiarazione di inagibilità da parte dei tecnici comunali, delle squadre AEDES (per le zone colpite da eventi simici) comporta che il Sindaco debba emettere un ordinanza contingibile ed urgente che imponga lo sgombero degli immobili e di interventi di prima messa in sicurezza ai proprietari di questi immobili (naturalmente per gli immobili delle aree interessante da eventi sismici considerevoli, la procedura è diversa rispetto a quella prevista per il singolo immobile incendiato). Il provvedimento del sindaco è comunque l'atto che consente agli organi di polizia di denunciare ai sensi dell'art. 650 c.p. i destinatari che non ottemperano al provvedimento e al comune, in alcune fattispecie, di adottare i poteri sostitutivi ex. comma 7 dell'art. 54 del TUEL. (Per questo argomento sono a disposizione dei colleghi che vorranno sottopormi dei casi concreti, contattandomi nell'apposita sezione contatti).

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Le differenze fra il reato di concussione ed il reato di induzione indebita a dare o promettere utilità

La Cassazione penale affronta in una recente decisione le differenze fra il reato previsto e punito dall'art. 317 c.p. e fra il reato di cui all'art. 319 - quater c.p.

Secondo la Cass. penale Sent. Sez. 6 Num. 11995/2018, il caso di due appartenenti all'Arma, che erano stati condannati per il reato di cui all'art. 319 quater c. p. era stato ben inquadrato dalla Corte d'appello che aveva confermato la condanna inflitta ai due dal Tribunale territoriale.

I medesimi durante un controllo sulla circolazione stradale, prospettavano alla parte offesa, oltre alla sanzione pecuniaria conseguente al sorpasso azzardato, la sospensione della patente di guida che poteva, però, essere evitata «pagando un caffè» nelle mani di uno dei due imputati. In tal modo gli imputati inducevano la parte offesa a consegnare ad uno dei due la somma di euro 50,00,

La Corte d'appello, secondo la Cassazione, si è conformata a ciò che è stato detto dalle Sezioni Unite (sent. n. 12228 del 24/10/2013, Maldera, Rv. 258473) che hanno affermato che il criterio distintivo tra il concetto di costrizione e quello di induzione deve essere ricercato nella contrapposizione fra «minaccia - non minaccia» che è l'altro lato della medaglia rispetto alla contrapposizione «costrizione - induzione», evincibile dal dato normativo.

A tale proposito la Corte di merito ha sottolineato l'insussistenza della prospettazione di un male ingiusto da parte dell'imputato e del correo e l'inclinazione della persona offesa a versare il denaro per ottenere un indebito vantaggio, ritenendo dunque sussistente il delitto di cui all'art. 319 quater c. p.

Tale fattispecie, infatti, è per sua natura caratterizzata dalla logica negoziale di reato contratto bilateralmente illecito, piuttosto che dalla costrizione quale forma di sopraffazione prepotente aggressiva ed intollerabile, socialmente incidente sull'altrui integrità psichica e sulla libertà di autodeterminazione tipica della concussione, sicché la Corte di merito ha logicamente ritenuto sussistente tale logica negoziale sulla base dell'accordo sviluppatosi tra pubblici ufficiali e privato in vista di un reciproco vantaggio.

All'epoca dei fatti non era vigente l'art. 319 quater c.p., ma il previgente art. 317 c.p. che includeva anche "l'induzione", quindi, secondo la VI sezione, è da condividersi pienamente il principio espresso dalle Sezioni Unite nel caso "Maldera" laddove viene riconosciuta la continuità normativa fra la concussione per induzione di cui al previgente art. 317 c. p. ed il nuovo reato di induzione indebita a dare o promettere utilità di cui all'art. 319 quater c. p., considerato che la pur prevista punibilità, in quest'ultimo, del soggetto indotto non ha mutato la struttura dell'abuso induttivo, fermo restando, per i fatti pregressi, l'applicazione del più favorevole trattamento sanzionatorio di cui alla nuova norma.

La nuova fattispecie prevede la punibilità di colui che è indotto a differenza della previgente concussione in cui per il concusso indotto non era imputabile. E, quindi, la nuova fattispecie di induzione può trovare applicazione, per i fatti pregressi solo per l'imputato, perché norma più favorevole, non per il «concusso» per il quale la disposizione prevista dall'art. 319 quater c. p., comma 2, non è certo applicabile retroattivamente ex art. 2 c. p.

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Ordinanze sindacali ex art. 50 comma 5 TUEL

Le ordinanze adottate dal sindaco, quale rappresentante della comunità locale, in relazione all'urgente necessità di effettuare interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio, dell'ambiente e del patrimonio culturale o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana.

Il c.d. "Decreto sicurezza" rappresentato dal D.L. 20 febbraio 2017, n. 14, convertito, con modificazioni, dalla L. 18 aprile 2017, n. 48, consente al sindaco, come previsto dal nuovo comma 5 dell'art. 50 del T.U.E.L. quale rappresentante della comunità locale, di "adottare ordinanze contingibili e urgenti, in relazione all'urgente necessità di interventi volti a superare situazioni di grave incuria o degrado del territorio, dell'ambiente e del patrimonio culturale o di pregiudizio del decoro e della vivibilità urbana, con particolare riferimento alle esigenze di tutela della tranquillità e del riposo dei residenti". I primi provvedimenti ben motivati hanno superato il vaglio del giudizio del giudice amministrativo. Un esempio è dato da un'ordinanza contingibile ed urgente adottata dal Comune di Bologna contro la quale il destinatario (titolare di un pubblico esercizio) ha proposto ricorso al T.A.R., vedendosi respinto l'atto di opposizione.

Per l'adozione del provvedimento, il sindaco nella fattispecie si è basato:

- sulle segnalazioni di residenti che lamentavano all'Amministrazione Comunale problematiche di disturbo alla quiete pubblica e degrado urbano, dovute alle violazioni delle normali regole di convivenza civile da parte di frequentatori del locale. Le segnalazioni riguardavano i comportamenti pregiudizievoli alla quiete pubblica tenuti dagli avventori ed in particolare di affollamenti, schiamazzi e urla;

-sui controlli effettuati dalla Polizia Municipale che confermavano l'esistenza di problematiche di sicurezza urbana, attribuibili ad alcune azioni ed omissioni poste in essere dai gestori dell'attività costituite: dall'offerta di bevande agli avventori che stazionano davanti al locale ed utilizzano anche i veicoli regolarmente in sosta quali piani d'appoggio dei bicchieri e delle bottiglie che dopo venivano li abbandonati; dalla presenza, ai bordi del marciapiede antistante il pubblico esercizio, di liquido organico maleodorante, presumibilmente costituito da vomito; dall'assenza di qualunque efficace attività di sensibilizzazione nei confronti della propria clientela ad evitare lo stazionamento nei pressi del locale, fonte di notevole disturbo e intralcio, tanto che gli avventori del pubblico esercizio, occupando la strada, ostacolavano il transito dei veicoli ed il passaggio dei pedoni;

- sul locale Regolamento di Polizia Urbana che prevede l'obbligo per i gestori di pubblico esercizio di adottare tutte le misure idonee a contenere il fenomeno di degrado e disturbo alla quiete, anche sensibilizzando gli avventori affinché evitino comportamenti dai quali possa derivare pregiudizio alla quiete pubblica e privata, all'igiene ed al decoro degli spazi pubblici.

- su due violazioni al Regolamento di Polizia urbana, accertate a poca distanza l'una dall'altra in due verbali della Polizia Municipale di Bologna, imminenti all'emissione dell'ordinanza. Nel primo verbale emergeva che il gestore del pubblico esercizio avverso il quale era indirizzata l'ordinanza, ometteva di adottare tutte le misure idonee a contenere il fenomeno di degrado e disturbo alla quiete pubblica. In particolare emergeva che erano presenti davanti alle vetrine del locale una cinquantina di persone intente a consumare bevande che occupavano tutto il marciapiede e parte della strada, arrecando altresì disturbo con toni di voce molto elevati in un orario, dopo la mezzanotte, che andava dalle 0.50, alle 1,10. Nel secondo verbale emergeva che il responsabile del pubblico esercizio, ometteva di adottare tutte le misure idonee a contenere il fenomeno di degrado e di disturbo alla quiete pubblica, in particolare, si accertava che in orario di tarda serata, numerose persone stazionavano lungo il marciapiede prossimo al pubblico esercizio, impedendo il passaggio dei pedoni, alcune di queste erano sedute a terra sul marciapiede ed altre invadevano la carreggiata antistante ostacolando il regolare transito dei veicoli. Complessivamente le persone presenti all'esterno del locale erano circa una cinquantina.

Le congrue e rilevanti motivazioni del provvedimento, hanno fatto sì che il T.A.R. dell'Emilia Romagna (sentenza n. 188/2018), non solo respingesse il ricorso, ma effettuasse le comunicazioni alla Procura della Repubblica competente per territorio, ravvisando nella fattispecie l'ipotesi della sussistenza del reato di cui all'art. 650 c.p. per l'inottemperanza da parte del gestore e del titolare dell'esercizio commerciale, in oggetto all'impugnata ordinanza sindacale e la comunicazione per le eventuali valutazioni di competenza in ordine alla sussistenza, in ipotesi, di una responsabilità penale ( sia in forma commissiva che a titolo di concorso eventualmente anche omissivo) per il reato di cui all'art. 610 c.p. (violenza privata), non essendo comprovato in atti per entrambe le fattispecie che l'ufficio competente dell'Amministrazione municipale di Bologna avesse già autonomamente provveduto in tal senso.

Il T.A.R. ha inoltre deciso comunicare copia della decisione sul ricorso e degli atti di causa al Prefetto competente, per le valutazioni anche organizzative di competenza a tutela dell'interesse pubblico alla salvaguardia della "elementare libertà di transito pedonale e veicolare lungo via senza ulteriori impedimenti o intralci, con particolare riferimento alle ore serali e notturne peraltro non dei soli giorni di fine settimana"

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Dichiarazioni mendaci in merito al possesso della patente di guida

In una recente sentenza la Cassazione penale (sez. V, sent. 11948/2018), ha respinto il ricorso di un automobilista confermando quindi la condanna inflitta dalla corte di merito al medesimo, il quale aveva rilasciato dichiarazioni mendaci in merito al possesso della patente di guida. Il reato previsto è quello stabilito dall'art. 76 del D.P.R. 445/2000 in relazione all'art. 483 cod. pen., perché il medesimo aveva falsamente dichiarato, nella dichiarazione sostitutiva di atto notorio, di essere in possesso della patente di guida valida per il veicolo condotto.

Nel caso in esame, il modulo utilizzato dall'organo accertatore, recante la dicitura "Dichiarazione sostitutiva di atto notorio (art. 48 d.p.r. n. 445/2000)" e sottoscritto dal ricorrente, era costituito dalla dichiarazione di essere in possesso della patente di guida o titolo equipollente con la specificazione della consapevolezza, da parte del dichiarante "che le dichiarazioni mendaci sono punite ai sensi del codice penale e delle leggi speciali in materia, al fine di ottenere la semplice contestazione amministrativa dell'art. 180 del Codice della Strada".

Per la Cassazione penale pertanto, appare evidente il richiamo all'obbligo giuridico del dichiarante a dire il vero, condizione in presenza della quale può sussistere il reato di cui all'art. 483 cod. pen.

Di diverso avviso è stata la Cassazione penale in passato. La V sezione, nella sentenza del 03-11-2011, n. 39610, ha enunciato il principio secondo cui "non integra il delitto di falso ideologico commesso dal privato in atto pubblico (art. 483 cod. pen.), la condotta di colui che - fermato dalla Polizia alla guida della propria auto - dichiari falsamente di essere in possesso di patente di guida e di averla dimenticata a casa, non sussistendo, in tal caso, l'obbligo del privato di dire la verità, posto che il verbale della polizia, contenente le dichiarazioni del privato, non è destinato ad attestare la verità dei fatti dichiarati ed il reato in questione è ravvisabile quando l'atto pubblico, nel quale sia trasfusa la dichiarazione del privato, sia destinato a provare la verità dei fatti attestati".

La differenza che emerge è che nella fattispecie trattata nel 2011, la dichiarazione di essere in possesso della patente di guida era inserita nel verbale di violazione e non era rappresentata da una separata "dichiarazione sostitutiva di atto notorio (ex art. 48 d.p.r. n. 445/2000), inserita in un modulo utilizzato dall'organo accertatore.

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Regolamento sulle modalità di attuazione del trattamento dei dati per finalità di polizia

Pubblicato sulla G.U. del 14-03-2018, il D.P.R. 15 gennaio 2018, n. 15, riguarda il Regolamento sull'individuazione delle modalità di attuazione dei principi del Codice in materia di protezione dei dati personali relativamente al trattamento dei dati effettuato per le finalità di polizia, da organi, uffici e comandi di polizia.

Il regolamento individua le modalità di attuazione dei principi del Codice in materia di protezione dei dati personali, relativamente ai trattamenti effettuati, anche senza l'ausilio di strumenti elettronici, da organi, uffici e comandi di polizia, per le finalità di polizia riguardanti di prevenzione dei reati, di tutela dell'ordine e della sicurezza pubblica, nonché di polizia giudiziaria, svolti, ai sensi del codice di procedura penale, per la prevenzione e repressione dei reati.

Il provvedimento non si applica ai trattamenti di dati personali effettuati per finalità amministrative.

Per l'acquisizione di dati, informazioni, atti e documenti, è consentita l'attivazione di collegamenti telematici con banche dati di pubbliche amministrazioni o di privati, in conformità alle disposizioni di legge o di regolamento.

E' consentita la conservazione dei dati personali con termini adeguati alla funzione, per cui, per fare due esempi, i dati relativi ad attività di polizia giudiziaria conclusa con sentenza di condanna sono conservati 25 anni dal passaggio in giudicato della sentenza ed dati relativi a nulla osta, licenze, autorizzazioni di polizia, 5 anni dalla scadenza o dalla revoca del titolo.

La comunicazione dei dati tra organi, uffici e comandi delle Forze di polizia (costituite dalla Polizia di Stato, dall'Arma dei Carabinieri, dal Corpo della Guardia di Finanza, dal Corpo degli Agenti di Custodia e dal Corpo Forestale dello Stato accorpato oramai nell'arma dei carabinieri), per le finalità di polizia, è consentita quando è necessaria per lo svolgimento dei compiti istituzionali. Essendo inclusi nel regolamento solo gli organi di cui all'art. 16 della L. 121/1981 e non altri organi quali la polizia locale, vi saranno problematiche per le modalità di collegamento dei varchi lettura targhe di proprietà comunale con il CED nazionale dei veicoli rubati. Una soluzione potrebbe essere data dalla norma contenuta nel primo comma dell'art. 13 del regolamento la quale prevede che "La comunicazione di dati personali a pubbliche amministrazioni o enti pubblici è consentita esclusivamente nei casi previsti da disposizioni di legge o di regolamento o, nel rispetto dei principi richiamati dall'articolo 4, quando è necessaria per l'adempimento di uno specifico compito istituzionale dell'organo, ufficio o comando e i dati personali sono necessari per lo svolgimento dei compiti istituzionali del ricevente".

La diffusione di immagini personali è consentita quando la persona interessata ha espresso il proprio consenso, o è necessaria per la salvaguardia della vita, o dell'incolumità fisica, o è giustificata da necessità di giustizia o di polizia; essa è comunque effettuata con modalità tali da non recare pregiudizio alla dignità della persona.

Nella parte finale del regolamento sono previste le disposizioni riguardanti i sistemi di videosorveglianza per finalità di polizia utilizzati dagli organi, uffici e comandi di polizia.

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La circolare ISTAT per la rilevazione degli incidenti stradali con lesioni a persone

La circolare ISTAT per la rilevazione degli incidenti stradali con lesioni a persone per l'Anno 2018 ed il modello di comunicazione.

Sistemi di videosorveglianza

Pubblicato il decreto interministeriale, secondo quanto stabilito dal Decreto sicurezza, che definisce le modalità di presentazione delle richieste di ammissione ai finanziamenti da parte dei comuni, nonché i criteri di ripartizione delle relative risorse.

Le condizioni per l'ottenimento dei finanziamenti per l'installazione di sistemi di videosorveglianza per gli anni 2018 e 2019, per i quali sono stati stanziati rispettivamente un totale di quindici milioni di euro annui, sono riportate nell'allegato e sostanzialmente sono:

- che il comune abbia sottoscritto patti con la prefettura che individuino come prioritario il sistema di videosorveglianza per prevenire e contrastare fenomeni di criminalità diffusa e predatoria in determinate zone del territorio comunale;

- che Il sistema per cui si chiede il finanziamento non si sovrapponga con quelli già recentemente realizzati con finanziamenti comunitari, statali, regionali o provinciali, concessi o erogati negli ultimi 5 anni. Non è ammesso il finanziamento per la sostituzione o la manutenzione di sistemi di videosorveglianza già realizzati;

- che il progetto debba essere stato preventivamente approvato in sede di «Comitato provinciale per l'ordine e la sicurezza pubblica», in quanto conforme alle caratteristiche prescritte dalle vigenti direttive impartite dal Ministero dell'interno;

- che il comune debba essere autonomamente in grado per i cinque anni successivi all'ultimazione degli impianti e delle apparecchiature tecniche, di effettuarne la manutenzione. A tal proposito vi devono essere iscritte regolarmente a bilancio le somme necessarie.

Il termine per la presentazione delle richieste per gli esercizi finanziari 2018 e 2019, da parte dei comuni per l'ammissione al finanziamento, è il 30 giugno 2018. La richiesta deve essere indirizzata alla Prefettura-UTG territorialmente competente, la quale provvede a trasmetterla al Ministero dell'interno.

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Le notifiche all'estero degli atti amministrativi

Le notifiche all'estero degli atti amministrativi (fra i quali sono inclusi i verbali di violazione al codice della strada) - la guida del MAE.

La disciplina della cessazione della qualifica di rifiuto

La disciplina della cessazione della qualifica di rifiuto "end of waste", contenuta nell'art. 184-ter del D.Lgs. 152/2006, secondo una recente sentenza del Consiglio di Stato.

Il Consiglio di Stato, con la sentenza 1229 depositata il 28/02/2018, ha accolto il ricorso della Regione Veneto che ha impugnato una sentenza del TAR per il Veneto, che annullava una deliberazione della Giunta Regionale che nell'autorizzazione aveva classificato come rifiuti e non come materie prime secondarie, i prodotti della lavorazione.

La definizione di criteri specifici per la cessazione della qualifica di rifiuto, ad oggi sono disciplinati solo da precisi regolamenti comunitari e da decreti del Ministero dell'Ambiente.

La mancanza di regolamenti comunitari o di decreti ministeriali, relativi alle procedure di recupero di determinati rifiuti, non consente comunque, alle regioni di valutare caso per caso, l'eventuale rilascio delle relative autorizzazioni. La valutazione caso per caso spetta allo Stato, quando il trattamento o il recupero del rifiuto soddisfi le quattro condizioni previste dall'art. 184 ter del T.U.A. che sono (affinché un rifiuto cessi di essere tale, quando è stato sottoposto a un'operazione di recupero, incluso il riciclaggio e la preparazione per il riutilizzo): a) che la sostanza o l'oggetto sia comunemente utilizzato per scopi specifici; b) che esista un mercato o una domanda per tale sostanza od oggetto; c) che la sostanza o l'oggetto soddisfi i requisiti tecnici per gli scopi specifici e rispetta la normativa e gli standard esistenti applicabili ai prodotti; d) che l'utilizzo della sostanza o dell'oggetto non porterà a impatti complessivi negativi sull'ambiente o sulla salute umana.

Se non sono stati stabiliti criteri a livello comunitario, gli Stati membri possono decidere, caso per caso, se un determinato rifiuto abbia cessato di essere tale, tenendo conto della giurisprudenza applicabile. In mancanza di provvedimenti comunitari quindi, sono gli Stati membri a definire i criteri End of Waste, limitatamente al "caso per caso" e non le Regioni.

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L'abbruciamento dei residui vegetali

Le regole per l'abbruciamento dei residui vegetali.

Le notifiche all'estero

La guida alla notifica all'estero di atti giudiziari ed extragiudiziali in materia civile e commerciale del MAE.

La circolare ministeriale sulle notificazioni a mezzo PEC delle sanzioni amministrative per violazione al codice della strada

Si allega al commento, la circolare ministeriale 300/A/1500/18/127/9 del 20/02/2018.

La Circolare del Ministero dell'Interno 300/A/1500/18/127/9 del 20/02/2018, esplicativa del Decreto Interministeriale del 18 dicembre 2017, indicando che all'art. 2 il decreto prevede che la notificazione a mezzo PEC riguardi i verbali di contestazione a seguito di accertamento al codice della strada, include anche le violazioni al cronotachigrafo (che sono previste dalla L. 727/1978) per espresso richiamo della parte VI del C.d.S. e anche la notificazione delle sanzioni amministrative accessorie qualora siano parte integrante del verbale di contestazione e vengano trasmesse unitamente allo stesso. Vi include anche tutti i verbali di contestazione relativi a sanzioni amministrative, le ordinanze ingiunzione e ogni altra comunicazione relativa a qualsiasi procedimento amministrativo che dovrà essere notificata in forma elettronica, secondo le regole dettate dal CAD.

SOGGETTI NEI CUI CONFRONTI E OBBLIGATORIA LA NOTIFICA DEI VERBALI DI CONTESTAZIONE TRAMITE PEC

La notificazione dei verbali di contestazione del codice della strada è obbligatoria:

- Nei confronti del privato cittadino autore della violazione, proprietario o altro obbligato in solido individuato ai sensi dell'art. 196 C.d.S., che abbia fornito un valido indirizzo PEC, all'organo di polizia procedente, in occasione dell'accertamento dell'illecito;

- Nei confronti dei soggetti che abbiano l'obbligo di dotarsi di un domicilio digitale ai sensi dell'art. 3 bis del CAD e questi sono: a) le pubbliche amministrazioni; b) i gestori di servizi pubblici; c) i professionisti tenuti all'iscrizione in albi ed elenchi; d) i soggetti tenuti all'iscrizione al registro delle imprese.

Per questi soggetti se non hanno comunicato un valido indirizzo Pec, la ricerca avviene tramite:

- L'indice nazionale dei domicili digitali delle imprese e dei professionisti (INI-PEC);

- L'indice dei domicili digitali delle pubbliche amministrazioni e dei gestori di pubblici servizi (IPA);

- Il registro generale degli indirizzi elettronici gestito dal Ministero della Giustizia.

Per quanto riguarda l'indice nazionale dei domicili digitali delle persone fisiche e degli altri enti di diritto privato non tenuti all'iscrizione ad albi o nel registro delle imprese, questo dovrà essere attivato.

Quando il proprietario o altro obbligato in solido è quindi uno di quelli obbligati a dotarsi di un domicilio digitale (indicati nei punti a), b), c), d), l'ufficio da cui dipende l'organo accertatore ha l'onere ricercarlo all'interno degli indici sopraindicati (la circolare consiglia di utilizzare tali registri, anche quando il soggetto abbia fornito la PEC per verificarne la correttezza formale).

Solo quando non sia possibile risalire ad un valido indirizzo PEC, tramite tali indici, la notifica sarà effettuata nei modi, nelle forme e nei termini previsti dal codice della strada, con oneri a carico del destinatario.

La procedura ordinaria viene seguita anche per le persone fisiche o altri enti di diritto privato non tenuti all'iscrizione ad albi professionali o al registro delle imprese, che non abbiano fornito un valido indirizzo PEC, al momento dell'accertamento.

Le notifiche eseguite tramite posta ordinaria o tramite messi, ai soggetti ai quali è obbligatorio eseguire la notifica a mezzo PEC, rimangono formalmente valide e sono idonee a produrre gli effetti di legge.

I soggetti a cui è obbligatorio notificare il verbale di contestazione tramite PEC, potranno in questo caso chiedere la restituzione delle spese di notifica addebitate nel verbale di contestazione.

MODALITA' DI NOTIFICA A MEZZO POSTA ELETTRONICA CERTIFICATA

Il decreto interministeriale prevede una serie di regole per la notifica dei verbali di contestazione di violazione al codice della strada a mezzo PEC. In primis, l'oggetto della notifica deve riportare la dicitura: "atto amministrativo relativo ad una sanzione amministrativa prevista dal codice della strada". La circolare suggerisce di aggiungervi il numero e la data del verbale.

Al messaggio di posta elettronica certificata, deve essere allegato:

- Copia per immagine su supporto informatico di documento analogico del verbale di contestazione, oppure duplicato o copia informatica di documento informatico del verbale di contestazione;

- Una relazione di notifica su documento informatico sottoscritto in forma digitale (su tale documento devono essere riportate le informazioni relative all'ufficio che ha provveduto alla spedizione; il responsabile del procedimento di notificazione e se diverso da questo chi ha curato la redazione dell'atto; il diritto di accesso);

La circolare indica anche la necessità di comunicare ogni altra informazione utile al destinatario, per esercitare il proprio diritto di difesa ovvero ogni altro diritto o interesse tutelato.

Le modalità di formazione del documento informatico da allegare alla PEC, devono seguire le norme dettate dal CAD (quando vi è apposta una firma digitale, altro tipo di firma elettronica qualificata o una firma elettronica avanzata o, comunque, è formato, previa identificazione informatica del suo autore, attraverso un processo avente i requisiti fissati dall'AgID, questa regola vale anche quando si tratta di documenti informatici contenenti copia di atti pubblici, compresi gli atti e documenti amministrativi di ogni tipo formati in origine su supporto analogico, spediti o rilasciati dai depositari pubblici autorizzati e dai pubblici ufficiali; I duplicati informatici hanno il medesimo valore giuridico, ad ogni effetto di legge, del documento informatico da cui sono tratti, se prodotti in conformità alle Linee guida).

Nel documento informatico deve essere inserita l'attestazione di "conformità all'originale" e deve essere sottoscritto con firma digitale o firma elettronica qualificata del pubblico ufficiale a ciò autorizzato.

TERMINI DI NOTIFICA DEI VERBALI MEDIANTE PEC

I termini di notifica sono quelli previsti dall'art. 201 del codice della strada. Vige il principio della separazione dei termini per il notificante e per il destinatario.

Per gli organi di polizia stradale, il verbale si considera spedito nel momento in cui viene generata la ricevuta di accettazione.

Si considera notificato al destinatario nel momento in cui viene generata la ricevuta di consegna.

La ricevuta di consegna generata dal gestore di posta elettronica certificata, fa piena prova dell'avvenuta notifica del messaggio e dei suoi allegati, a prescindere dalla circostanza che il destinatario abbia effettivamente letto il contenuto. Da questa data decorrono i termini per il destinatario per potere effettuare il pagamento o il ricorso.

Se la notifica al domicilio digitale non va a buon fine per cause imputabili al destinatario (casella di posta elettronica non più attiva o che ha esaurito lo spazio a disposizione) si deve procedere a notificare il verbale nei modi ordinari. Nella relazione di notifica dovranno essere indicati gli estremi della notifica a mezzo PEC (indirizzo utilizzato, elenco da cui è stato estratto, oppure se è stato fornito dal destinatario).

Indirizzi di Pec dei professionisti all'interno della banca dati Ini-Pec (https://www.inipec.gov.it/cerca-pec/-/pecs/professionals);

Indirizzi di Pec delle persone giuridiche sono contenute nella banca dati Ini-Pec (https://www.inipec.gov.it/cerca-pec/-/pecs/companies);

Banca dati IPA per enti pubblici e gestori di servizi pubblici (https://www.indicepa.gov.it/documentale/index.php);

Registro generale degli indirizzi elettronici gestito dal Ministero della Giustizia-(https://pst.giustizia.it/PST/en/pst_1_0.wp?previousPage=pst_1_5&contentId=SPR355)

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La rimozione delle spoglie animali

La rimozione delle carcasse e delle spoglie animali presenti sulle strade.

La rimozione di una carcassa di un animale sulla sede stradale, nei centri abitati compete al comune, fuori dai centri abitati, compete all'ente proprietario della strada.

Il recupero e lo smaltimento avviene nel rispetto delle norme del Reg. (CE) 21-10-2009 n. 1069/2009 (REGOLAMENTO DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO recante norme sanitarie relative ai sottoprodotti di origine animale e ai prodotti derivati non destinati al consumo umano). La rimozione e lo smaltimento delle carcasse di animali rappresenta quindi un problema di salute pubblica e deve essere affrontato, in tal senso, dagli organi competenti.

La forma di smaltimento è quella prevista dall'art. 12 del Regolamento CE, e riguarda l'incenerimento o lo smaltimento attraverso il processo di sterilizzazione sotto pressione e il sotterramento in una discarica autorizzata.

Il Sindaco in qualità di autorità sanitaria locale e quindi l'ente comune, si deve assumere l'onere di recuperare e smaltire le carcasse di animali presenti sulle aree pubbliche del territorio comunale. Individuerà ed incaricherà quindi, nei modi di legge, una o più ditte specializzate al recupero ed allo smaltimento delle carcasse animali, a seconda della loro tipologia.

I costi per il recupero delle carcasse potranno essere recuperati dai proprietari degli animali morti se questi verranno individuati.

E' previsto nell'ipotesi di sospetto prima facie, di decesso non avvenuto per cause esterne (es. investimento dell'animale) il primo intervento del Distretto veterinario dell'A.T.S. locale, per far sì che il medico veterinario possa accertare se il decesso sia avvenuto a seguito di malattie che possono presentare aspetti epidemiologici.

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Furto in abitazione

I luoghi in cui si configura la fattispecie aggravata.

Secondo la Cassazione penale Sent. Sez. IV n. 4932/2018, la qualificazione giuridica del fatto come furto in abitazione di cui all'art. 624 bis c.p., anziché come furto semplice di cui all'art. 624 c.p., si configura anche se il fatto è avvenuto introducendosi nelle pertinenze di un edificio o altro luogo destinato in tutto o in parte a privata dimora, come possono qualificarsi i cortili condominiali o i cortili recintati o più in generale tutti gli spazi (superfici di distacco) che separano l'uno dall'altro gli edifici.

Nel caso di specie, il giudice di secondo grado aveva correttamente confermato la sussistenza dell'aggravante contestata proprio in base alla qualificazione del piazzale, in cui si è consumato il delitto, quale pertinenza dell'abitazione della persona offesa, desunta dalla sua ubicazione (gli imputati erano entrati con un furgone nel piazzale antistante l'abitazione della parte offesa, sottraendo otto verghe di rame) e dal suo carattere non del tutto aperto (tale da richiedere l'introduzione in esso da parte degli imputati).

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L'accertamento catastale non equivale a verifica della regolarità edilizia

Secondo il T.A.R. della Calabria (sentenza 60/2018), non può ritenersi che l'accatastamento dell'immobile possa equivalere ad un accertamento della regolarità edilizia dell'opera. L'accertamento catastale, verifica solo la corrispondenza tra lo stato di fatto dell'unità immobiliare ed i relativi dati catastali nonché della corrispondente planimetria. Esso rileva ai fini fiscali ma non anche ai fini della regolarità urbanistica.

Lo stesso dicasi per l'abitabilità, ora agibilità. In particolare, l'art. 221 del R.D. 1265 del 1934, nella sua formulazione letterale, subordinava il rilascio del certificato di abitabilità dell'immobile, alla verifica della corrispondenza di quanto realizzato con quanto oggetto del progetto approvato, ma ciò con riferimento alla necessità che le abitazioni fossero effettivamente realizzate secondo gli standard igienico sanitari che potessero garantire la salubrità dei luoghi a la tutela della salute degli occupanti.

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Il decreto ministeriale sulle le modalità semplificate per l'esercizio delle attività di raccolta e trasporto dei rifiuti non pericolosi di metalli ferrosi e non ferrosi

Con il Decreto del 1 febbraio 2018, il Ministero dell'Ambiente detta le modalità semplificate per l'esercizio delle attività di raccolta e trasporto dei rifiuti non pericolosi di metalli ferrosi e non ferrosi, previsto dalla Legge n. 124/2017. Esso riguarda chi esercita attività di raccolta e trasporto e prevede semplificazioni per le modalità di tenuta di diffusione e conservazione del Formulario di identificazione nel caso di raccolta presso più produttori/detentori.

E' stato emanato il decreto del Ministero dell'ambiente (Decreto 1 Febbraio 2018, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale l'8/2/2018), con cui sono definite le modalità semplificate relative agli adempimenti per l'esercizio delle attività di raccolta e trasporto dei rifiuti di metalli ferrosi e non ferrosi. Tale adempimento è stato previsto nella legge annuale per il mercato e la concorrenza (L. 124/2017) che prevede inoltre, entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore del decreto, che l'Albo nazionale gestori ambientali di cui all'articolo 212 del D.Lgs 152/2006, individui le modalità semplificate d'iscrizione per l'esercizio dell'attività di raccolta e trasporto dei rifiuti di metalli ferrosi e non ferrosi, nonché i quantitativi annui massimi raccolti e trasportati per poter usufruire dell'iscrizione con modalità semplificate.

Le modalità semplificate relative agli adempimenti per l'esercizio delle attività di raccolta e trasporto dei rifiuti non pericolosi di metalli ferrosi e non ferrosi si applicano:

- ai soggetti che esercitano attività di raccolta e trasporto dei rifiuti non pericolosi di metalli ferrosi e non ferrosi iscritti all'Albo nazionale gestori ambientali;

- ai soggetti che esercitano attività di raccolta e trasporto dei rifiuti non pericolosi di metalli ferrosi e non ferrosi iscritti all'Albo nazionale gestori ambientali secondo le modalità semplificate;

Il decreto consente, sulla base della norma introdotta nel comma 10 dell'art. 193 del T.U.A., al soggetto che effettua la raccolta ed il trasporto di questi materiali prelevati da più produttori o detentori, svolta con lo stesso veicolo, di potere utilizzare un unico formulario di identificazione conforme al modello dell' all'allegato «A» del decreto. L'attività di raccolta sopra descritta deve, in ogni caso, concludersi nell'ambito della giornata in cui ha avuto inizio.

Durante l'attività di raccolta e trasporto, il trasportatore emette quattro copie del formulario di identificazione. Il trasportatore provvede a far compilare, datare e firmare a ciascun produttore o detentore le copie del formulario di identificazione, la copia rimane poi presso l'ultimo produttore o detentore e le altre tre copie sono trattenute dal trasportatore. Le stesse sono controfirmate e datate in arrivo dal destinatario.

Le tre copie, del formulario che rimangono al trasportatore sono conservate:

- una dal trasportatore stesso;

- una dal destinatario;

La quarta copia originale deve essere restituita poi dal destinatario, all'ultimo produttore. Il destinatario provvederà poi a trasmettere (anche tramite posta elettronica certificata), una fotocopia del formulario agli altri produttori o detentori intervenuti.

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Abbandono di rifiuti da parte di terzi

Responsabilità penale da parte del proprietario dell'area.

Con riferimento ai reati di abbandono, deposito e gestione illecita di rifiuti e alla realizzazione e gestione di una discarica non autorizzata, una delle questioni maggiormente dibattute riguarda la possibilità di contestare al proprietario e/o al titolare di diritti reali o personali di godimento delle aree, su cui i rifiuti sono stati depositati, i suddetti reati a titolo di concorso omissivo.

Ai sensi del comma 2 dell'art. 40 c.p., una condotta omissiva può configurare una responsabilità di tipo penale solo qualora il soggetto agente rivesta una posizione di garanzia, in quanto titolare di un obbligo giuridico specifico di impedire la realizzazione (o il mantenimento) dell'evento. Il rimprovero penale dell'omissione, posta in essere dal proprietario e/o dal titolare di diritti reali o personali di godimento dell'area su cui terzi hanno abbandonato dei rifiuti, dipenderà quindi dalla possibilità di ravvisare (o meno) una posizione di garanzia in capo a tale soggetto. L'esistenza di una posizione di garanzia andrà valutata, in concreto, verificando la reale possibilità di impedire l'evento da parte del soggetto che non si è attivato. Andrà pertanto accertata: a) l'esistenza di effettivi poteri impeditivi e del contributo causale apportato, individuando le condotte, esercitabili ed esigibili, che avrebbero potuto impedire l'evento; b) l'elemento soggettivo del reato, quantomeno a titolo di colpa.

Una posizione di garanzia sarebbe stata ravvisata in capo ai soggetti che avevano concesso in uso il proprio terreno per una particolare attività, che il nostro ordinamento considera pericolosa e, pertanto, sottoposta a specifiche prescrizioni.

Non sarebbe tanto il proprietario in quanto tale, ad essere gravato da specifici obblighi di impedimento, quanto, in alcune ipotesi, il proprietario che concede il proprio terreno a terzi per l'esercizio di attività pericolose.

L' orientamento maggioritario della dottrina sul punto, ritiene che, in base al principio di determinatezza e di tassatività delle fattispecie penali, si debba procedere con estrema attenzione alla configurazione di una posizione di garanzia in capo al proprietario di un'area in relazione all'illecito abbandono di rifiuti effettuato da terzi. In particolare, non si ritiene possibile ravvisare una posizione di garanzia in capo al proprietario esclusivamente in base alla funzione sociale della proprietà o a generici obblighi di custodia, non declinandosi tale principio in un obbligo specifico di impedire l'evento. Al fine di individuare quali obblighi gravino sul proprietario è necessario esaminare attentamente la fattispecie concreta, in quanto la posizione di garanzia potrebbe essere sorta, anche, in seguito alla conclusione di un accordo con il soggetto, che di fatto ha realizzato la condotta illecita.

La Cass. pen. Sez. III, Sent., 24-03-2017, n. 14503, richiamando una precedente giurisprudenza di legittimità, è ferma nel ritenere che, in materia di rifiuti, non è configurabile in forma omissiva il reato di cui al D.Lgs. n. 152 del 2006, art. 256, comma 2, nei confronti del proprietario di un terreno sul quale terzi abbiano abbandonato o depositato rifiuti in modo incontrollato, anche nel caso in cui non si attivi per la rimozione dei rifiuti, poiche tale responsabilità sussiste solo in presenza di un obbligo giuridico di impedire la realizzazione o il mantenimento dell'evento lesivo, che il proprietario può assumere solo ove compia atti di gestione o movimentazione dei rifiuti.

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Inquinamento acustico: le indicazioni del Ministero dell'Ambiente relative ai proventi delle sanzioni

L'informativa del Ministero dell'Ambiente relativa all'attuazione dell'articolo 10 della Legge Quadro sull'inquinamento acustico, n. 447/95 e alle modifiche apportate dal D. Lgs n. 42/2017.

La nota evidenzia la necessità di un corretto adempimento da parte dei Comuni dell'obbligo di riversare all'entrata del bilancio dello Stato nella misura del 70% i proventi delle sanzioni, che sarà poi devoluto ai comuni per il finanziamento dei piani di risanamento acustico e fornisce le necessarie indicazioni in merito alle modalità di versamento dei succitati proventi.

L'oltraggio a pubblico ufficiale

Due sentenze del gennaio 2018 a confronto.

Con la sentenza n. 595/2018, la Sez. 6 della Cassazione penale, tratta il reato di oltraggio a pubblico ufficiale ex art. 341 bis cod. pen.

Innanzitutto definisce il concetto di "luogo aperto al pubblico", ritenendosi nella fattispecie tale, l'area posta a ridosso del condominio perché era visibile dall'esterno ed aperta tanto da consentire agli agenti di accedervi con l'auto. Queste sono state ritenute circostanze che hanno consentito di qualificare l'area in questione quale aperta al pubblico.

Il reato di oltraggio, così come introdotto dalla L. l. 15 luglio 2009, n. 94, viene sanzionato dall'ordinamento non per la mera lesione dell'onore e della reputazione del pubblico ufficiale (il prestigio della pubblica amministrazione come sotto la previgente fattispecie di oltraggio affatto simile), quanto per la conoscenza di tale violazione da parte di un contesto soggettivo allargato a più persone presenti al momento dell'azione, da compiersi in un ambito spaziale specificato come luogo pubblico o aperto al pubblico e in contestualità con il compimento dell'atto dell'ufficio ed a causa o nell'esercizio della funzione pubblica. Il legislatore incrimina i comportamenti ritenuti pregiudizievoli del bene protetto, a condizione della diffusione della percezione dell'offesa da parte di terzi. La norma in esame tende ad evitare che il pubblico ufficiale subisca un aggravio psicologico che possa comprometterne la prestazione, disturbandolo mentre compie un atto del suo ufficio e facendogli avvertire condizioni avverse, per lui e per la pubblica amministrazione di cui fa parte.

Se, quindi, l'interesse della legge è teso ad evitare la diffusione della offesa che compromette il regolare svolgimento della funzione in atto da parte del pubblico ufficiale, per qualificare un luogo quale pubblico o aperto al pubblico ci si può riferire a quanto anche in altro ambito penale è stato sostenuto facendo rinvio alla giurisprudenza di questa Corte che afferma, in materia di armi, che anche il pianerottolo delle scale di un fabbricato in condominio costituisce luogo aperto al pubblico in quanto consente l'accesso ad una indistinta categoria di persone e non soltanto ai condomini, luogo frequentabile da un'intera categoria di persone o da un numero indeterminato di soggetti che abbiano la possibilità giuridica e pratica di accedervi senza legittima opposizione di chi sul luogo esercita un potere di fatto o di diritto. Appare, allora, evidente che, anche l'area antistante e posta a ridosso di un condominio, completamente aperta verso l'esterno tanto da consentire, senza particolare difficoltà o limitazione, l'accesso e la visione dall'esterno, deve essere ritenuta quale "luogo aperto al pubblico" atteso che sia dall'interno che, nelle immediate vicinanze dell'esterno dello stesso, è possibile, anche solo potenzialmente, ascoltare le frasi oltraggiose.

La Sez. 7 della Cassazione Penale nella sentenza n. 4018/2018, annulla senza rinvio la sentenza impugnata limitatamente al reato di oltraggio, ritenendolo insussistente per la mancanza di un elemento essenziale quale "la presenza di più persone", nell'episodio infatti, erano presenti oltre all'imputato e alla persona offesa, soltanto il collega del pubblico ufficiale offeso.

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Emissione di fumi, vapori e molestie olfattive 

Le emissioni di fumi, vapori e odori provenienti da varie attività e da privati possono configurare la fattispecie prevista e punita dall'art. 674 c.p. riguardante il getto pericoloso di cose. L'articolo stabilisce che: "Chiunque getta o versa, in un luogo di pubblico transito o in un luogo privato ma di comune o di altrui uso, cose atte a offendere o imbrattare o molestare persone, ovvero, nei casi non consentiti dalla legge, provoca emissioni di gas, di vapori o di fumo, atti a cagionare tali effetti, è punito con l'arresto fino a un mese o con l'ammenda fino a euro 206".

Il superamento della c.d. normale tollerabilità, delle immissioni di fumo o di calore ed esalazioni, derivante dal fondo del vicino che determina le immissioni moleste (844 c.c.) fa sorgere a favore del proprietario del fondo due azioni di carattere civilistico una volta ad eliminare le cause del danno l'altra avente natura risarcitoria, ma questo è un aspetto riguardante il settore del del diritto civile.

In questi ultimi anni, alcune decisioni giurisprudenziali, hanno elaborato il concetto/criterio di "stretta tollerabilità" considerando in alcune ipotesi applicabile la fattispecie penale prevista dall'art. 674 c.p. (emissione di gas, vapori o fumi atti a offendere o molestare le persone) per alcune fattispecie, "attesa l'inidoneità ad approntare una protezione adeguata all'ambiente e alla salute umana del criterio della normale tollerabilità, previsto dall'art. 844 c.c."

La Cassazione penale Sez. III, 04-05-2012, n. 16670, confermava la sentenza 11 luglio 2011 del Tribunale di Sulmona che condannava il titolare di un esercizio commerciale (bar), alla pena di Euro 100 d'ammenda quale colpevole del reato di cui all'art. 674 c.p. per avere provocato immissione di fumi molesti, provenienti dalla cucina del bar, all'interno di un'abitazione, nonché al risarcimento del danno in favore dei predetti costituitisi parti civili liquidandolo in Euro 2.000. Il fatto era stato puntualmente accertato e consisteva nell'emissione di odori e fumi provenienti dalla cottura di cibi effettuata nella cucina dell'esercizio commerciale attraverso un tubo collocato al di sotto dell'abitazione dei denuncianti che conduceva all'interno della stessa, e che provocava caratteristici odori che arrecavano molestie a chi, per ragioni di prossimità, vi era esposto. Il tribunale si era adeguato all'indirizzo della Corte di Cassazione nella sentenza n. 2475/2007 secondo cui è configurabile il reato di cui sopra, in presenza di molestie olfattive promananti da impianto produttivo in quanto non esiste una normativa statale che prevede disposizioni specifiche e valori limite in materia di odori, con conseguente individuazione del criterio della stretta tollerabilità quale parametro di legalità dell'emissione, attesa l'inidoneità ad approntare una protezione adeguata all'ambiente e alla salute umana di quello della normale tollerabilità, previsto dall'art. 844 cod. civ.

La Cassazione penale Sez. III, 23-03-2015, n. 12019, confermava la sentenza del Tribunale di Lucca che giudicava colpevole il rappresentante legale di una ditta di torrefazione, della contravvenzione di cui all'art. 674 c.p. e lo condannava alla pena di 200 euro di ammenda. Allo stesso, nella qualità di legale rappresentante, era ascritto di aver provocato emissioni in atmosfera che, sebbene conformi ai valori limite di cui alle autorizzazioni, provocavano odori nauseabondi tali da molestare gravemente le persone residenti nella zona.

Secondo questa decisione, per costante indirizzo di legittimità, il reato in oggetto è configurabile anche in presenza di "molestie olfattive" promananti da impianto munito di autorizzazione per le emissioni in atmosfera (e rispettoso dei relativi limiti, come nel caso di specie), e ciò perché non esiste una normativa statale che preveda disposizioni specifiche - e, quindi, valori soglia - in materia di odori, con conseguente individuazione del criterio della "stretta tollerabilità" quale parametro di legalità dell'emissione, attesa l'inidoneità ad approntare una protezione adeguata all'ambiente ed alla salute umana di quello della "normale tollerabilità", previsto dall'art. 844 cod. civ. Nel caso in esame, trovano applicazione i seguenti principi, enunciati dalla giurisprudenza:

a) l'evento del reato consiste nella molestia, che prescinde dal superamento di eventuali valori soglia previsti dalla legge, essendo sufficiente quello del limite della stretta tollerabilità;

b) qualora difetti la possibilità di accertare obiettivamente, con adeguati strumenti, l'intensità delle emissioni, il giudizio sull'esistenza e sulla non tollerabilità delle stesse ben può basarsi sulle dichiarazioni di testimoni, specie se a diretta conoscenza dei fatti, quando tali dichiarazioni non si risolvano nell'espressione di valutazioni meramente soggettive o in giudizi di natura tecnica, ma consistano nel riferimento a quanto oggettivamente percepito dagli stessi dichiaranti. Nella fattispecie, pur nel rispetto dei valori limite autorizzati di immissioni, non riferiti né riferibili agli odori, proprio questi ultimi si erano presentati con caratteri pacificamente molesti, in particolare, numerosi testi, abitanti nelle vicinanze della torrefazione, avevano indicato un odore terribile di caffè bruciato che, specie all'ora di pranzo, si diffondeva nelle loro case, provocando nausea e, talvolta, anche vomito ed iniziale immissione di un fumo nero nelle loro abitazioni

La Cassazione penale Sez. III, 14-09-2015, n. 36905, confermava in massima parte la sentenza del Tribunale di Bergamo, l'imputato risponde del reato di cui all'art. 674 c.p., in relazione alle molestie olfattive provenienti dall'impianto di compostaggio. Trattandosi di molestie olfattive e non delle emissioni di cui alla seconda parte della norma, non rileva il fatto che l'impianto fosse autorizzato, né il dedotto rispetto dei limiti di emissione, né il criterio discretivo della "normale tollerabilità" di cui all'art. 844 c.c. Costituisce, infatti, principio consolidato della Suprema Corte che la contravvenzione in oggetto, è reato di pericolo, configurabile in presenza anche di "molestie olfattive" promananti da impianto munito di autorizzazione, in quanto non esiste una normativa statale che prevede disposizioni specifiche e valori limite in materia di odori, con conseguente individuazione del criterio della "stretta tollerabilità" quale parametro di legalità dell'emissione, attesa l'inidoneità ad approntare una protezione adeguata all'ambiente ed alla salute umana di quello della "normale tollerabilità", previsto dall'art. 844 cod. civ. Come ricordato dalla Corte Costituzionale, l'art. 844 cod. civ. è norma destinata a risolvere il conflitto tra proprietari di fondi vicini per le influenze negative derivanti da attività svolte nei rispettivi fondi. Si comprende quindi che il criterio della normale tollerabilità in essa accolto vada riferito esclusivamente al contenuto del diritto di proprietà e non possa essere utilizzato per giudicare della liceità di immissioni che rechino pregiudizio anche alla salute umana o all'integrità dell'ambiente naturale, alla cui tutela è rivolto in via immediata tutto un altro ordine di norme di natura repressiva e preventiva. La natura del reato (di pericolo concreto) e il diverso criterio di valutazione della tollerabilità delle emissioni olfattive, comporta che sia sufficiente l'apprezzamento diretto delle conseguenze moleste da parte anche solo di alcune persone, dalla cui testimonianza il giudice può trarre elementi per ritenere l'oggettiva sussistenza del reato, a prescindere dal fatto che tutte le persone siano state interessate o meno dallo stesso fenomeno o che alcune non l'abbiano percepito affatto. Né è necessario un accertamento tecnico. Trattandosi di odori manca la possibilità di accertare obiettivamente, con adeguati strumenti, l'intensità delle emissioni, il giudizio sull'esistenza e sulla non tollerabilità delle emissioni stesse ben può basarsi sulle dichiarazioni dei testi, soprattutto se si tratta di persone a diretta conoscenza dei fatti, come i vicini, o particolarmente qualificate, come gli agenti di polizia e gli organi di controllo della USL. Ove risulti l'intollerabilità, non rileva, al fine di escludere l'elemento soggettivo del reato, l'eventuale adozione di tecnologie dirette a limitare le emissioni, essendo evidente che non sono state idonee o sufficienti ad eliminare l'evento che la normativa intende evitare e sanziona. Quel che conta è che le testimonianze non si risolvano nell'espressione di valutazioni meramente soggettive o di giudizi di natura tecnica, ma si limitino a riferire quanto oggettivamente percepito da dichiaranti medesimi. La contravvenzione prevista e punita dall'art. 674 c. p., quando abbia per oggetto l'illegittima emissione di gas, di vapori, di fumi atti ad offendere o imbrattare o molestare le persone, connessa all'esercizio di attività economiche e legata al ciclo produttivo, assume il carattere della permanenza, non potendosi ravvisare la consumazione di definiti episodi in ogni singola emissione di durata temporale non sempre individuabile.

Una recente giurisprudenza è in controtendenza, per la Cass. pen. Sez. I, Sent., 25-05-2017, n. 26339, infatti la sopra indicata interpretazione si fonda su un risalente ed in passato maggioritario orientamento giurisprudenziale, secondo il quale, anche quando vi sia una normativa di settore o un provvedimento dell'autorità che regoli l'attività e che imponga limiti di emissione ed anche quando i limiti tabellari non siano stati superati, la contravvenzione di cui all'art. 674 c.p. sarebbe ugualmente configurabile se l'attività abbia comunque prodotto emissioni eccedenti i limiti di tollerabilità alla luce dei parametri indicati dall'art. 844 c.c., ed eliminabili mediante opportuni accorgimenti tecnici. E ciò perché non potrebbe considerarsi lecito l'esercizio di una attività che, seppur rispettosa dei limiti tabellari, implichi comunque la sopportazione di inconvenienti eccedenti la normale tollerabilità, in quanto l'agente è obbligato a ricorrere alla migliore tecnologia disponibile per contenere al massimo possibile le emissioni inquinanti, al fine della tutela della salute umana e dell'ambiente. Secondo tale orientamento, dunque, l'inciso "nei casi non consentiti dalla legge" dovrebbe intendersi riferito non solo alla specifica normativa di settore, ma alla legge in generale e quindi anche alle prescrizioni del codice civile, comprese dunque quelle dettate dall'art. 844 c.c.

Tale linea interpretativa secondo la Cass. Penale I sezione sopra riportata, è stata però sottoposta a numerose critiche ed è stata superata da un orientamento diverso ed ormai prevalente - che il Collegio condivide pienamente - secondo il quale l'espressione "nei casi non consentiti dalla legge" costituisce una precisa indicazione della necessità, ai fini della configurazione del reato, che, qualora si tratti di attività considerata dal legislatore socialmente utile e che per tale motivo sia prevista e disciplinata, l'emissione avvenga in violazione delle norme o prescrizioni di settore che regolano la specifica attività. In tali ipotesi, deve ritenersi che la legge contenga una sorta di presunzione di legittimità delle emissioni che non superino la soglia fissata dalle norme speciali in materia. Quindi, per una affermazione di responsabilità in ordine al reato di cui all'art. 674 c.p., non è sufficiente il rilievo che le emissioni siano astrattamente idonee ad arrecare offesa o molestia, ma è indispensabile anche la puntuale e specifica dimostrazione oggettiva che esse superino i parametri fissati dalle norme speciali.

Qualora invece le emissioni, pur quando abbiano arrecato concretamente offesa o molestia alle persone, siano state tuttavia contenute nei limiti di legge, saranno eventualmente applicabili le sole norme di carattere civilistico contenute nell'art. 844 c.c.

In altri termini, all'inciso "nei casi non consentiti dalla legge" deve riconoscersi, contrariamente a quanto ritenuto dal precedente orientamento, un valore rigido e decisivo, tale da costituire il limite per la configurabilità dell'illecito penale rispetto a quello civile.

Secondo quest'ultima decisione della I^ sezione della Cassazione penale, il principio di diritto che essa ritiene ormai consolidato, prevede che il reato di cui all'art. 674 c.p. non sia configurabile nel caso in cui le emissioni provengano da una attività regolarmente autorizzata o da una attività prevista e disciplinata da atti normativi speciali e siano contenute nei limiti previsti dalle leggi di settore o dagli specifici provvedimenti amministrativi che le riguardano, il cui rispetto implica una presunzione di legittimità del comportamento.

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Sicurezza integrata

Accordo fra Governo, Regioni, Province autonome, ANCI e UPI, sul documento concernente le linee generali delle politiche pubbliche per la promozione della sicurezza integrata, in attuazione dell'art. 2 del D.L. 14/2017, convertito nella L. 48/2017, sancito dalla Conferenza Unificata del 24/01/2018.

Si riportano Le Linee Generali Per La Promozione Della Sicurezza Integrata così come descritte dall'ANCI

Che cos'è la sicurezza integrata - art. 1 comma 2 della L. 48/2017

Per sicurezza integrata si intende l'insieme degli interventi assicurati dallo Stato, dalle Regioni, dalle Province autonome di Trento e Bolzano e dagli Enti Locali, nonché da altri soggetti istituzionali, al fine di concorrere, ciascuno nell'ambito delle proprie competenze e responsabilità, alla promozione e all'attuazione di un sistema unitario e integrato di sicurezza per il benessere delle comunità territoriali

Che cosa sono le Linee Generali per la promozione della sicurezza integrata - art. 2 della L. 48/2017

Le Linee generali per la promozione della sicurezza integrata sono la cornice di riferimento delle politiche per la sicurezza integrata.

Sono rivolte, prioritariamente, a coordinare, per lo svolgimento di attività di interesse comune, l'esercizio delle competenze dei soggetti istituzionali coinvolti, anche con riferimento alla collaborazione tra le Forze di polizia e la Polizia locale nei seguenti settori d'intervento:

- scambio informativo tra Polizia locale e Forze di Polizia presenti sul territorio per gli aspetti di interesse comune, ferme restando le rispettive attribuzioni istituzionali;

- interconnessione a livello territoriale delle sale operative della Polizia locale con le sale operative delle Forze di polizia;

- regolamentazione dell'utilizzo in comune dei sistemi di sicurezza tecnologica finalizzati al controllo delle aree e delle attività soggette a rischio;

- aggiornamento professionale integrato per operatori della Polizia locale e delle Forze di polizia

Le Linee Generali sono adottate con accordo in sede di Conferenza Unificata.

Nella seduta di Conferenza Unificata del 24 gennaio 2018 è stato adottato l'accordo sulle Linee Generali per la promozione della sicurezza integrata. 2

Le novità per i Comuni:

Coinvolgimento dei Comuni negli accordi per la promozione della sicurezza integrata e nei progetti e iniziative ivi previsti - punto 2 dell'Accordo. Lo Stato e le Regioni possono concludere specifici accordi per la promozione della sicurezza integrata in attuazione delle Linee generali. I Comuni interessati alla realizzazione di specifiche progettualità e iniziative contenute nell'accordo saranno previamente coinvolti. Rappresentanti dei Comuni capoluogo e degli altri Enti locali interessati o coinvolti nelle specifiche progettualità parteciperanno, di volta in volta, ai tavoli tecnici - attivati dagli accordi - che verificheranno lo stato di attuazione e di avanzamento dei progetti.

Interscambio informativo dei dati - punto 3 dell'Accordo. I Prefetti forniranno ai Sindaci dei Comuni capoluogo e delle città metropolitane i dati in forma statistica sull'andamento della delittuosità, con cadenze periodiche.

Accesso al Ced Interforze per le Polizie Locali - punto 3 dell'Accordo. È prevista una massimizzazione delle opportunità di accesso al CED Interforze per consentire alla Polizia Locale di sfruttare le possibilità di consultazione e inserimento dei dati previste dall'attuale ordinamento. Le Regioni potranno prevedere progetti e interventi per sostenere, anche finanziariamente, l'attivazione di collegamenti al CED da parte delle Polizia locali dei Comuni più interessati ai fenomeni di criminalità diffusa o dei Comuni con più limitate capacità di spesa.

Interconnessione delle sale operative della Polizia Locale e delle Forze di polizia- punto 4 dell'Accordo. Gli accordi potranno promuovere l'adozione di misure di sostegno nei confronti dei Comuni per l'implementazione di interventi di adeguamento tecnologico delle centrali esistenti o per la creazione di nuove ed incentivi per il passaggio a sistemi di conduzione in comune delle sale operative delle Polizia municipali che, soprattutto nei Comuni di più contenute dimensioni, rappresentano il volano per il definitivo passaggio o consolidamento della gestione associata delle funzione e dei compiti di Polizia Locale.

Formazione integrata della Polizia Locale con le Forze di polizia - punto 6 dell'Accordo. E' previsto un aggiornamento congiunto con il personale delle Forze di Polizia che verterà non solo sulle materie più "tradizionali" ma anche su argomenti più attuali in virtù dell'evoluzione del quadro normativo e giurisprudenziale. Fondamentale è la distinzione dell'aggiornamento diretto al personale addetto al servizio di Polizia municipale rispetto a quello rivolto ai Dirigenti di servizio. Le Regioni potranno sostenere finanziariamente le attività di formazione. 

L'integrazione dei sistemi di videosorveglianza urbana con la banca dati dei veicoli rubati

L'integrazione dei sistemi di videosorveglianza comunale di lettura targhe, con il sistema nazionale targhe e transiti dei veicoli rubati.

Secondo la Circolare del Ministero dell'Interno, datata 12/01/2018, che fornisce le linee guida per la realizzazione dei sistemi di lettura targhe integrati con il Sistema di Controllo Nazionale Targhe e Transiti (S.C.N.T.T.), i progetti di realizzazione dei predetti sistemi, gestiti dai comuni, devono essere oggetto di valutazioni in sede di Comitato Provinciale per l'Ordine e la Sicurezza, ai fini dell'approvazione delle caratteristiche infrastrutturali e dell'eventuale interconnessione primaria verso i sistemi di acquisizione dislocati presso gli uffici territoriali della Polizia di Stato.

Qualora si intenda riversare i dati acquisiti con il sistema di lettura targhe nella banca dati del S.C.N.T.T., dovrà essere inoltrata richiesta alla Direzione centrale del Ministero corredata della documentazione tecnica che descrive le modalità di interconnessione.

La Circolare raccomanda al Comitato Provinciale di prestare particolare attenzione al fatto che il sistema dovrà consentire di distinguere i profili autorizzativi delle diverse utenze, al fine di controllare l'insieme delle informazioni visibili in base alla competenza istituzionale dell'utilizzatore (Forze di Polizia a competenza generale, Polizie Locali); prima di dare avvio al sistema è necessario definire formalmente i ruoli e le responsabilità di tutti i soggetti a diverso titolo coinvolti, dove siano descritte le finalità che si intende perseguire e la loro gestione operativa, coerentemente con la normativa in tema di protezione dei dati personali.

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Guida senza patente

L'ipotesi aggravata fondata sulla recidiva. La Cassazione Penale in una recentissima sentenza.

La Cassazione penale ( Sent. Sez. 4 Num. 838 Anno 2018 ) ha deciso riguardo ad una recente sentenza, in cui un Giudice per le indagini preliminari, aveva assolto il conducente di un autovettura, per il reato di guida senza patente, considerando il fatto non più previsto dalla legge come reato. Il Procuratore della Repubblica vi ha ricorso, denunciando la violazione di legge avendo il giudice omesso di prendere in considerazione il riferimento, effettuato nella contestazione, all'illecito amministrativo commesso dall'imputato, in epoca antecedente, in violazione dell'art. 116 co. 15 cod. strada, così come depenalizzato dall'art. 1 del d.lgs. 15 gennaio 2016 n. 8.

Il GIP avrebbe sicuramente omesso di applicare correttamente la disposizione di coordinamento di cui all'art. 5 del richiamato D.Lgs. 15 gennaio 2016, n. 8, secondo cui "quando i reati trasformati in illeciti amministrativi ai sensi del presente decreto prevedono ipotesi aggravate fondate sulla recidiva ed escluse dalla depenalizzazione, per recidiva è da intendersi la reiterazione dell'illecito depenalizzato".

Secondo la Cassazione, sulla questione relativa al concetto di recidiva nel biennio, proprio con riferimento al reato in esame, in tema di reati esclusi dalla depenalizzazione nelle ipotesi aggravate dalla recidiva, l'art. 5 D.Lgs. 5 gennaio 2016 n. 8, ha integrato la fattispecie contravvenzionale di guida senza patente di cui all'art. 116, comma 15 cod. strada (tuttora penalmente rilevante "nell'ipotesi di recidiva nel biennio"), avendo modificato la nozione di recidiva, che oggi ricorre non più solo in caso di accertamento giudiziale irrevocabile di un reato della stessa specie, ma anche quando risulti una precedente violazione amministrativa definitivamente accertata; tale disposizione chiaramente non si applica ai fatti commessi prima dell'entrata in vigore del citato decreto.

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L'arresto facoltativo

Il legittimo uso dei poteri della polizia giudiziaria, nell'esecuzione della misura precautelare, nella fattispecie trattata in una recente sentenza, dalla Cassazione Penale.

Secondo la Cassazione Penale, IV Sez., sent. N. 850/2018, nella convalida del fermo e dell'arresto, l'esame del giudice deve riguardare soltanto la verifica del ragionevole e legittimo uso dei poteri discrezionali della polizia giudiziaria e quindi la sussistenza, con valutazione ex ante (posizione iniziale di chi ha operato l'arresto), di quelle condizioni che legittimano la privazione della libertà personale.

Per legittimare l'arresto facoltativo in flagranza vi deve essere la sussistenza dei requisiti della gravità del fatto e/o della pericolosità del soggetto.

Sotto il profilo oggettivo (gravità del fatto), il Tribunale nella fattispecie si è limitato a valutare come "modesto" il furto di energia elettrica, senza alcun specifico riferimento alle contrapposte ragioni indicate nel verbale di arresto dalla polizia giudiziaria (circa la gravità del pregiudizio economico sostenuto dalla anziana persona offesa, titolare di pensione di circa 1.000 euro mensili, oltre che del pregiudizio morale per il turbamento provocato da spese che non riusciva a comprendere). Dal punto di vista della pericolosità del soggetto, il Tribunale l'ha esclusa sulla sola base della formale incensuratezza (nel casellario giudiziale, non sono presenti i provvedimenti giudiziari penali di condanna che non siano definitivi), senza considerare i precedenti giudiziari indicati dagli inquirenti (presenti nello S.D.I.), né che l'arrestato era destinatario di avviso orale del Questore.

Per questi motivi la IV sezione, ha annullato senza rinvio l'ordinanza del Tribunale con la quale non era stato convalidato l'arresto, considerandolo legittimamente eseguito.

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L'ausiliario del traffico assume la qualifica di pubblico ufficiale

L'ausiliario del traffico che si trovi ad esercitare le funzioni di sua competenza, di accertamento e di contestazione delle violazioni al codice della strada, nelle aree oggetto di concessione all'impresa da cui dipenda, di gestione dei parcheggi e delle zone immediatamente limitrofe, assume la veste di pubblico ufficiale.

La Cassazione Penale, sez. 7, nell'ordinanza n. 27649/2018, a proposito della sentenza della corte d'appello che confermava la condanna di un imputato che aveva aggredito un ausiliario del traffico nel tentativo di fargli annullare un preavviso di violazione al codice della strada, afferma che: "Là dove l'ausiliario del traffico si trovi ad esercitare le funzioni, di sua competenza, di accertamento e di contestazione delle violazioni al codice della strada nelle aree oggetto di concessione all'impresa, da cui il primo dipenda, di gestione dei parcheggi e delle zone immediatamente limitrofe, egli assume, in particolare, la veste di pubblico ufficiale nella finalità certificativa ed autoritativa dei poteri esercitati per potestà riconosciutagli per legge"

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